Non si sevizia un paperino, di Lucio Fulci

Yin e Yang, il bianco e il nero. È possibile ritornare su Non si sevizia un paperino, titolo chiave del giallo all’italiana, senza tirare in ballo ogni volta Dario Argento e il suo L’uccello dalle piume di cristallo, di appena due anni precedente? Si può, e si deve. Perché se è inevitabile e giusto riconoscere ad Argento quel ruolo fondamentale per la consacrazione di un genere, senza dimenticare ovviamente chi è venuto prima (da Mario Bava a Umberto Lenzi, passando per Luigi Bazzoni e Antonio Margheriti, solo per dirne alcuni), allo stesso modo è necessario rivendicare la totale autonomia di uno sguardo e di una poetica che guardavano in direzione diametralmente opposta, seppur cavalcandone l’onda del successo commerciale. Da un lato il barocchismo visionario del giallo argentiano, dall’altro il realismo sporco (quasi antropologico: c’è chi ha scomodato Il demonio di Brunello Rondi, e non a caso) di un film come Non si sevizia un paperino, per il quale Fulci prende spunto nientemeno che da un fatto di cronaca avvenuto a Bitonto un anno prima. Due opposti senza nulla in comune, due visioni antitetiche che andrebbero citate insieme solamente per i rispettivi macroscopici contributi alla storia di un cinema e di un genere.

Liquidata quindi qualsiasi presunta parentela con l’ombra ingombrante dell’eredità argentiana, cosa rimane? Ancora tantissimo. Il terzo giallo di Fulci – dopo Una sull’altra e Una lucertola con la pelle di donna – si distingue innanzitutto per l’aderenza a un humus sociale e culturale inconsueto e poco frequentato come quello del Sud Italia (con riprese effettuate tra Puglia, Abruzzo e Basilicata, anche se la prima versione dello script prevedeva un’ambientazione nella Torino operaia), che per il regista romano si traduce nell’occasione di mettere in scena l’orrore scaturito dallo scontro di realtà inconciliabili tra loro: la superstizione contro l’Ordine, il vecchio mondo contadino contro quello moderno, industriale e borghese.

Basterebbe la meravigliosa sequenza iniziale, con la “pazza” Florinda Bolkan che dissotterra le ossa del suo bambino sullo sfondo dell’autostrada che squarcia il paesaggio lucano, per capire che stavolta ci si trova in un universo nel quale nessuno è in grado di affermare la propria identità, e in cui nessuno è solamente vittima o carnefice (a cominciare dai bambini torturatori di lucertole, carne da macello dentro il confessionale della chiesa): tutti sono sospettati in virtù dell’estraneità rispetto a un ordine delle cose che non esiste più, dal guardone che spia le coppiette alla bella e ricca Barbara Bouchet, ricca figlia di papà milanese che abita in una villa fantascientifica rispetto all’urbanistica locale, vero e proprio sputo in faccia alla miseria dei paesani che il boom lo hanno visto soltanto in televisione. Nel mezzo, il giornalista Tomas Milian e i magistrati che vengono dal Nord, testimoni impotenti di questo piccolo mondo antico dominato ancora dalla superstizione e dalla repressione religiosa, incapaci di mettere un freno all’onda di delitti che cancellerà per sempre il futuro di quei luoghi (perché a morire sono, appunto, i bambini). Tra i titoli più apprezzati di Fulci anche dalla critica nostrana, grazie sicuramente a una padronanza stilistica mai così bilanciata tra i momenti di violenza e l’eleganza formale (memorabile il massacro della Bolkan sulle note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni), il film fu la prima produzione targata Medusa, che garantì al regista un budget finalmente adeguato alle esigenze. Celebri i guai giudiziari per la scena di nudo integrale della Bouchet davanti al bambino, in realtà sostituito da un attore nano ripreso di spalle.

 

Regia: Lucio Fulci

Interpreti: Tomas Milian, Barbara Bouchet, Florinda Bolkan, Marc Porel, Irene Papas, Georges Wilson

Origine: Italia 1972

Durata: 102′

Genere: thriller