FILM IN TV – Strategia del ragno, di Bernardo Bertolucci

Film psicoanalitico scambiato erroneamente per film politico, Strategia del ragno ha le sue solidi basi letterarie nel racconto breve Tema del traditore e dell’eroe di Jorge Luis Borges.

Bertolucci trasporta il tema della natura labirintica della verità variando il tempo dell’azione tra gli anni del fascismo (1936) e la fine degli anni 60, intersecando passato e presente con l’abilità di un prestigiatore. Athos Magnani-figlio (Giulio Brogi) ritorna nel natio borgo selvaggio Tara (come la tenuta agricola di Via Col Vento, in realtà è Sabbioneta, paesino del parmense) per scoprire l’assassino del padre omonimo (sempre Giulio Brogi), eroe anti fascista e figura mitologica fonte di complessi edipici. Il personaggio di Draifa (Alida Valli), amante del padre, nelle sue apparizioni evanescenti con ombrellino e vestito bianco è il motore degli avvenimenti e assume per Athos il ruolo di madre surrogata con forte valenza psicopatologica. Questo percorso nel labirinto del proprio passato e dei rapporti con le figure genitoriali è reso visivamente da Bertolucci con un uso controllato della profondità di campo e di carrellate laterali e circolari che immergono lo spettatore dentro un quadro dai contorni metafisici; spesso vengono inquadrati interni con porte o finestre che aprono la visuale all’esterno e ad altri personaggi come in uno studio prospettico della Città Ideale.

strategia del ragnoProcedendo nel racconto, con il diramarsi di tutte le possibilità investigative, si moltiplicano gli echi surreali della pittura di Magritte e De Chirico. Sulla figura leggendaria dell’eroe “comunista” si allunga un’ombra inquietante come nel quadro Mistero e Malinconia di una Strada: Athos-figlio si accorge che la messa in scena teatrale e l’utilizzo del melodramma (il Rigoletto di Verdi) sono espedienti posti in atto dal padre per ribaltare il tradimento di un vigliacco nel gesto rivoluzionario di un eroe. Il raptus del figlio che distrugge la tomba paterna è sintomatico di questo rapporto odio-amore con una figura sosia che si desidera rimuovere ma verso la quale si rimane comunque in soggezione. E anche il rapporto con Draifa si colora di una connotazione quasi incestuosa nella scena in cui Athos si addormenta e Draifa gli slaccia la cintura dei pantaloni e sbottona la camicia. Il leone della sessualità è libero e deve essere imprigionato e poi servito su un piatto come una pietanza. Questo stato conflittuale pulsionale trasforma lo scenario della provincia parmense in una rappresentazione onirica in cui la fotografia di Storaro rende i personaggi, figure fantasmatiche, in bilico tra “Giovinezza Giovinezza” dei tempi del fascismo e Il conformista di Mina; tra il buio dei colonnati dei portici e la penombra di un cinemino all’aperto dove si proietta L’occhio caldo del cielo di Robert Aldrich. Tutti gli animali del subcosciente che sfilano nei quadri naif di Antonio Ligabue riemergono proprio da questa discrepanza temporale: Athos si trova chiuso in una stalla con un cavallo e si chiede “Davvero mio padre era uguale a me?”. E’ la rivelazione, l’annunciazione (come il quadro di Antonello da Messina che si intravede nel buio del fienile) che pone il figlio di fronte alla propria responsabilità di desiderare inconsciamente la morte del padre. La ricostruzione dell’assassinio della figura patriarcale (un Abramo Lincoln nostrano) nel palco del teatro con i richiami del Macbeth (la lettura profetica della mano da parte di una zingara) e del Giulio Cesare (la lettera anonima che avvisa del complotto assassino) ha la funzione di specchio per una macchinazione che sottende l’ambiguità della natura umana. Si ha un bisogno disperato di creare una leggenda da tramandare ai posteri, qualcosa che ci sopravviva, pur ricorrendo alla mistificazione e alla falsa idolatria. Un po’ come L’ora di religione di Marco Bellocchio dove la beatificazione della madre poggiava sulla manipolazione di un povero figlio diventato folle per eccesso di realtà, Bertolucci toglie la maschera ai busti commemorativi e alle bande celebrative per sbattere in faccia allo spettatore i compromessi di figli in fuga dall’iconizzazione e santificazione dei propri genitori. Chi era Athos Magnani? Chi è Athos Magnani? Meglio una bugia rassicurante che una verità scomoda: ma così facendo si rimane intrappolati nel paesino incantato della propria immatura giovinezza, nell’erbacce che si moltiplicano ramificandosi sui binari, nell’attesa di un treno che non passerà mai.

 

Regia: Bernardo Bertolucci

Interpreti: Giulio Brogi, Alida Valli, Tino Scotti, Pippo Campanini

Durata: 110′

Origine: Italia 1970

 

Sabato 5 settembre, ore 2.05, Rai 3