Fixeur, di Adrian Sitaru

Avevamo avuto il piacere di conoscere il regista rumeno Adrian Sitaru al suo esordio, nel 2008, con un piccolo, ma geniale, film a suo modo dirompente e incredibilmente trascurato dalla distribuzione italiana. Pesca sportiva, questo il titolo, si affrancava da ogni clichè più o meno fondato di cui sembra essere segnato il cinema dell’est europeo. Una specie di misterioso oggetto, girato in soggettiva, sufficientemente inquietante per essere un film drammatico e carico di temi esistenziali celati in una storia che raccontava di un rapporto, ormai logoro, di una coppia di amanti.
Il nuovo film di Adrian Sitaru, Fixeur, assume come tema fondamentale ancora una volta una questione morale, nel racconto di una troupe televisiva formata da due giornalisti francesi e uno rumeno che tentano, alla fine riuscendoci, di intervistare una ragazzina quattordicenne fuggita dalla Romania, approdata a Parigi dove era stata avviata alla prostituzione.
Nessuno scrupolo sembra fermare i tre e nessuna protezione sembra essere sufficiente per la giovanissima Anca, né la famiglia la cui sprovveduta madre diventa facile preda della cronaca, né le opposizioni ferme e motivate della gelida suora dell’Istituto dove la ragazza vive protetta dopo il ritorno in patria, né tanto meno il poliziotto che la deve sorvegliare quasi felice di avere il suo momento di notorietà.
Di mezzo c’è il problema morale, c’è l’etica dei comportamenti e Sitaru, implicitamente ne fa una questione di etica dello sguardo, c’è il difficile rapporto con i minori, c’è il tema della paternità, c’è, infine, il tema del confine tra ciò che è informazione e ciò che è invece soltanto morbosa curiosità per lo sguardo dentro un orrore che vogliamo guardare, ma che vogliamo (o almeno ci proviamo) a tenere distante da noi. È ciò che accade a Radu, il rumeno, che protegge il figlio promettente nuotatore, ma diventa quasi senza scrupoli nel ricercare le confessioni, da rendere pubbliche, della ragazzina abusata. In realtà la vicenda professionale gli farà mutare atteggiamento anche nei confronti del figlio e Sitaru ne sottolinea l’emozione in un abbraccio spontaneo tra padre e figlio, nel silenzio dell’audio.
Anche Sitaru è silenzioso nello svolgere il suo compito e il suo cinema prettamente morale, così somigliante in questi atteggiamenti a quello istintivo di Kieslowski, proprio come accadeva nelle storie del maestro polacco, non fa prediche e non distribuisce ammonimenti, con il suo film sembra dire questi i fatti, a ciascuno resta il compito del giudizio. Nonostante gli ambiziosi contenuti dei suoi progetti, il suo cinema continua ad avere un aspetto pienamente narrativo, con una fluidità del racconto mai inceppata dai temi così profondi che lo innervano. È una capacità non trascurabile quella di sapere riportare su un piano di quotidiana esistenza temi di cui spesso si possiede una contezza solo astratta.

Sitaru utilizza il cinema non tanto per raccontare la realtà quanto, piuttosto per riflettere sulle regole morali della nostra esistenza. Qui non si tratta del travisamento della verità, ma di una scelta che rispetti il dettato morale. La realtà sembra essere per il regista rumeno, quindi, un utile palcoscenico per mettere a frutto questa sua riflessione e benché Fixeur sia tratto da avvenimenti accaduti, il che non è incredibile nei tempi che viviamo, l’autore conferisce al fatto quel valore etico che sembra depurare gli eventi da ogni cronaca per diventare misura della nostra civiltà della convivenza e delle regole che devono disciplinarla.

 

Titolo originale: id.

Regia: Adrian Sitaru

Interpreti: Tudor Istodor, Mehdi Nebbou, Nicolas Wanczycki, Diana Spatarescu, Adrian Titieni

Distribuzione: Lab 80 Film

Durata: 98′

Origine: Romania/Francia 2016