Fuoristrada, di Elisa Amoruso

Subito dopo la vittoria di Gianfranco Rosi a Venezia, con tutta l’attenzione d’Italia su Sacro Gra, ci venne chiesto da un’amica che ragionevolmente non segue le nostre stupide cose di cinema un parere sul film, perché dal trailer gli attori parevano bravissimi. Da allora ci interroghiamo se l’ingenuo disguido potesse in realtà nascondere un senso più profondo, e dunque: Beatrice Della Pelle è un’interprete favolosa, una delle attrici più clamorose che hanno calcato l’Auditorium nell'edizione 2013 del Festival di Roma – “regge” favolosamente l’inquadratura, i tempi filmici, la durata dell’intero film di Elisa Amoruso con il suo tenerissimo personaggio, un ruolo da cui sprigiona un’umanità dolorosa e a tratti struggente. Anche se non ha mai fatto cinema prima d’ora, oppure più correttamente ne ha sempre fatto pur non essendo mai stata ripresa, Beatrice “capisce” l’obiettivo con una scaltrezza e un senso del set che hanno del sorprendente. Proprio alla stregua delle figure ritratte da Rosi nel suo documentario premiato con il Leone d’oro: che sia una prerogativa insita in una certa romanità che vive come fosse sempre in piedi in mezzo a un palcoscenico, sotto i riflettori della città?

Comunque. Pino ha un’officina da meccanico a Piazza Zama, a Roma, e si diletta nel pilotare fuoristrada nei rally tra il fango. Qualche tempo fa ha deciso di diventare Beatrice con una cura di ormoni, anche se non ha mai affrontato l’operazione definitiva per il cambio di sesso. Beatrice è sposata con Marianna, che viene dalla Romania e porta avanti un’esistenza colma d’amore con Pino/Beatrice e il figlio Daniele, che chiama Beatrice “papà”. Quotidianità di piccole cose, badare all’anziana madre, alla scuola di Daniele, al cane malato che dev’essere soppresso. Il racconto di un passato non comune, e un grande dolore mai risolto (la figlia di Pino con cui il legame è freddo e distante).

Elisa Amoruso, sceneggiatrice per Marco Ponti e Claudio Noce, in realtà con una convincente onestà nemmeno ci prova a fare un documentario che abbia una struttura, punti a raccontare una posizione o un punto di vista che non sia quello di pieno affetto, complicità e abbraccio con i protagonisti della sua storia: più che al rigore della testimonianza documentaria l’autrice, che ha lavorato lungamente al progetto sia dal punto di vista realizzativo che produttivo, punta allora a collezionare istantanee, momenti sospesi di un amore che riusciamo soltanto ad intuire attraverso gesti e parole. Se il cinema decide dunque di non invadere la vita di Beatrice, di non tentare di forzarla inevitabilmente per inglobarla e comprenderla, la forza di Fuoristrada risiede allora in quel cinema innato e inconsapevole che la protagonista cresce in sé da sempre, e che basta piazzare davanti ad una videocamera per lasciarlo sgorgare.

  • La semplicità e la naturalezza con cui viene trattato l'argomento della diversità del protagonista, si scontra fortemente con la sua incapacità di accettare l'integrazione scolastica dei ragazzi con sindrome di Down