Gender Bender 15 – England is mine, di Mark Gill

Piace subito, England is mine di Mark Gill, proposto in anteprima al Gender Bender di Bologna, biopic non autorizzato sul periodo pre-Smiths del giovane Steven Patrick Morrissey. Piace fin da quella prima sequenza, che dall’alto indugia sui gorghi di un’acqua inquieta e torbida, mentre Morrissey stesso libera un monologo accorato e nichilista sulla vita, e su un mondo che non lo comprende e che è troppo sordo per custodire il suo genio narcisistico.
Così la madre, splendido personaggio, che quasi da sola tira la carretta in casa dopo l’addio del padre, esorterà Steven ad andare avanti, e a plasmarsene un altro, di mondo. Così l’amica Linder Sterling (una mozzafiato Jessica Brown Findlay e, nel film come nella realtà, una specie di Marina Abramovich per trasgressione e credo artistico), con la quale Steven palleggia a colpi di versi della miglior letteratura inglese e che affettuosamente chiama “Shakespeare” il vanitoso Morrissey, confiderà sempre nel talento grezzo di quel ragazzo che spesso e volentieri si rifugia sul tetto dell’Agenzia delle Entrate dove lavora, per scrivere riflessioni e poesie, alla maniera di Italo Svevo, il quale furtivamente riempiva pagine sotto la scrivania dell’odiata banca in cui, anch’egli controvoglia, lavorava.

Il ritratto dell’imberbe Morrissey è, pertanto, quello di un giovane che fa di una timida spocchia la sua pagnotta quotidiana,un po’ sdegnato, campione del sarcasmo, che fatica a trasmettere affetto, che non bada alle ragazze (forse perché bada ai ragazzi?), e che, alla legittima domanda della sorella su un piano B da adottare nel caso le cose nella musica dovessero non decollare, risponde che il suo alfabeto conosce una sola lettera: la A.
Eppure qualcosa si inceppa, nel travagliato percorso che lo conduce alla riuscitissima creazione degli Smiths. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti sollevati dalla pellicola di Mark Gill, che compie un salto temporale dal 1976 al 1982, anno d’esordio della band britannica: come, cioè, sia stato possibile che quell’uomo sensibile ma borioso, disilluso, solitario ma necessariamente poi anche solo, abbia partorito una musica che, comunque, per sonorità e parole, ammicca al grande pubblico, lo prende per mano al primo ascolto, si fa balsamo e farmaco.
Dal misantropo Morrissey (o almeno dal profilo di England is mine), in altre parole, ci si aspetterebbe musica complessa, psichedelica, cerebrale, per pochi, di un intimismo indecifrabile. Ma questo non è accaduto.

Perché, forse, la frattura del film (’76-’82) sintetizza tutta la frattura interiore di Steven stesso, che disoccupato, depresso e frustrato tocca, in quella fase a cavallo dei suoi trent’anni, quel famoso fondo. Tuttavia adagio raccoglie i cocci, e riparte, plausibilmente abbassando l’asticella, o ammorbidendo quel suo guscio narcisistico e frenante. Riprende un vecchio biglietto per trovarsi compagni di avventure musicali, lo affigge sulla bacheca di un negozio di dischi (vi aveva scritto: “influenze: New York Dolls, Bowie, Kenneth Williams”, e dopo sei anni non cambia una virgola, perché non è un cambiamento di gusto, quello avvenuto), incontra Johnny Marr e dà inizio alla brevissima – appena cinque anni e quattro dischi – ma scintillante parabola degli Smiths.

Il film di Mark Gill, che prende il titolo da un vecchio pezzo degli Smiths e che ricapitola il carattere discretamente megalomane di Morrissey, non solo è ineccepibile per scavo psicologico del protagonista, ma si apprezza per ritmo, fotografia, ambientazione (la Manchester di quegli anni Settanta), interpretazioni (ottimo Jack Lowden nei panni di Steven), humour dei dialoghi e soprattutto musiche, benché – chi l’avrebbe mai detto – degli Smiths non si ascolterà neanche un diesis.
Ed è un film accattivante perché, in fondo, è la narrazione universale delle risalite e delle ricadute che costellano la vita d’ognuno, quel fabbricarsi sornione di sogni che, se non possono pienamente realizzarsi, si spera durino almeno il più possibile. Così a Mark Gill si perdonano anche un paio di scorrette ma innocue espressioni linguistiche, perché nel ’76, a Manchester, mai nessuno avrebbe parlato in un modo che è più proprio dei nostri giorni. Inezie: anche Umberto Eco fa ingozzare di peperoni i monaci della sua famosa abbazia, una verdura giunta in Europa solo con la scoperta dell’America e che, nel 1327, quei monaci avrebbero solo potuto vagheggiare. Eppure nessuno si azzardi a dire che, per dei peperoni messi nella ciotola sbagliata, Il nome della rosa sia un cattivo libro.