Ghost – Fantasma, di Jerry Zucker

Quel che resta la felicità. Ma anche l’amore dopo la morte. Il mélo classico si fonde col fantasy in questo anomalo e affascinante film di Jerry Zucker che nel 1990 ha sbancato al box office incassando circa 506 milioni di dollari in tutto il mondo e trainato dal brano Unchain Melody dei Righteous Brothers del 1965. Ghost doveva essere nel 1990 l’inizio di una tendenza. Dopo quasi 30 anni è un caso unico nel residuo di una classicità con i sogni e i fantasmi di Wyler (Cime tempestose) che si combinano con quei fasci di luce bianca che sembrano arrivare da Dirty Dancing, mentre la sospensione tra la vita e la morte appare influenzata da Il paradiso può attendere ma anche da un altro bel film di Ardolino poco conosciuto, Uno strano caso, con Robert Downey jr.

Sam (Patrick Swayze) e Molly (Demi Moore) sono una coppia felice. Una sera però l’uomo viene ucciso in un agguato da un killer assoldato da Carl (Tony Goldwyn), suo amico e collega in banca. Per cercare di proteggere la donna che ama, Sam si fa aiutare da Oda Mae Brown (Whoopi Goldberg), una sensitiva truffatrice ma che riesce ad aiutarlo a mettersi in contatto con lei.

C’è già, dall’inizio, come una fuggevolezza di quello che accade. Perché poi Ghost entra in territory dove il fantasy soprannaturale si mescola con il thriller che forse deve aver influenzato quello recente giapponese. Incalzato anche dal montaggio del grande Walter Murch, abituale collaboratore di Coppola che porta in una dimensione parallela come in La conversazione. E tra i due film, il comune denominatore sembra essere la voce, che congiunge due realtà lontane eppure vicinissime. La scrittura di Bruce Joel Rubin è stratificata. Mette in gioco più stati d’animo, più generi che s’intersecano. Non sempre fluida ma fortemente attraente, premiata infatti con l’Oscar assieme a Whoopi Goldberg che ha vinto la statuetta come miglior attrice non protagonista.

Il film di Zucker, alla sua prima volta da solo dietro la macchina da presa dopo aver diretto con il fratello David e Jim Abrahams capisaldi del demenziale come L’aereo più pazzo del mondo e Top Secret! oltre alla comicità hitchcockiana di Per favore, ammazzatemi mia moglie, sembra avere doppi livello: il sopra/il sotto, il dentro/il fuori. Ma soprattutto si orienta alla ricerca della circolarità perfetta. Attraverso un cinema non solo sensoriale ma anche tattile. Dove anche il solo sfiorarsi produce brividi. La ricerca del cerchio è già quello del vaso di creta. Poi vita, morte, contatto. E ancora di nuovo vita. Anche se solo per un attimo. Il toccarsi per l’ultima volta del finale è il film che (ci) regala un abbraccio indimenticabile. E il cerchio è anche quello del penny del 1898. Di un tempo che passa, fugge e ritorna.

Ghost è insieme commedia soprannaturale e malattia d’amore. Dove la lucentezza di Demi Moore nasconde le sue ombre e mette però in gioco tutto il suo dolore (“Ho preso le camicie in tintoria, non so perché”). E tutta la lotta e poi l’iniziazione da fantasma in metropolitana dove Sam impara a muovere gli oggetti da Vincent Schiavelli mostrano un altro ulteriore, livello di un film ricchissimo, che mette in gioco un’anima simile a quella burtoniana. Con i diversi che entrano in campo, con i luoghi popolati da spiriti. Proprio due anni dopo Beetlejuice. Dopo Ghost il film di Zucker non è (purtroppo) stato più lo stesso. Gli angeli come Patrick Swayze e Demi Moore, nella loro interpretazione migliore, passano solo una volta nella vita.

 

Titolo originale: Ghost

Regia: Jerry Zucker

Interpreti: Patrick Swayze, Demi Moore, Whoopi Goldberg, Tony Goldwyn, Vincent Schiavelli

Durata: 116′

Origine: Usa 1990

Genere: sentimentale