Della lentezza e del perdono: Una storia vera, di David Lynch

Nel 1989, in un’intervista, il filosofo francese Paul Virilio disse che “un giorno lo spazio-tempo del mondo non sarà più niente, perché noi avremo perso l’estensione e la durata del mondo a causa della velocità”. Quest’affermazione, all’epoca quasi ‘visionaria’,  è oggi – in particolare con l’uso ormai diffuso delle reti telematiche – una diagnosi magnifica (e terribile) della realtà. Oggi lo spazio non esiste più, abbattuto dalla velocità con la quale ci muoviamo e comunichiamo.

Da sempre il “road movie”, ma più in generale il ‘mito’ americano del viaggio (da Jack London a Jack Kerouac), è stato il tentativo di restituire il mondo a una sua dimensione ‘naturale’, non artificiale. Percorrere le strade vivendone il tragitto completo, significava appropriarsi dello spazio e non ‘saltarlo’ in un infinito partire/arrivare tipico della società moderna.

Il viaggio intrapreso da Alvin Straight (una storia vera), nel film di David Lynch, è certamente particolare, per l’uso del mezzo di locomozione scelto (un piccolo trattorino/tagliaerbe marca “John Deere”) e per la ‘velocità’ relativa (7, 8 Km all’ora) che questi permette. Come si vede, come si vive il mondo a quella velocità? Alvin non ha più la patente, non vuole viaggiare in treno o in pullman, egli ‘deve’ andare da solo, perché il suo partire per andare a trovare il fratello colto da infarto, è soprattutto un viaggio di “preghiera, sacrificio, indagine”, come quello del regista tedesco Werner Herzog, quando si fece a piedi da Monaco fino a Parigi per andare a trovare la sua amica Lotte Eisner che stava per morire (raccontata nel bel libro “Sentieri sul ghiaccio”).  Alvin non si parla con il fratello Lyle da oltre dieci anni, per un vecchio litigio (come la figlia e il padre morente di Al di là della vita di Scorsese) e Lynch sembra voler riflettere su questi ‘corpi’ che non si parlano più. Come recuperare il silenzio di tanti anni, come colmare la distanza che si è creata tra due fratelli? Ecco che allora il viaggio ‘lento’ di Alvin Straight diviene necessariamente un tentativo di recuperare, ritrovare quell'”estensione e durata del mondo”, quegli spazi che Virilio vedeva minacciati di sparizione. Alvin testardamente si mette in moto con il suo curioso mezzo di trasporto, viaggia di giorno e, per oltre sei settimane, si immerge totalmente nei paesaggi che attraversa dalla sua cittadina di Laurens, nell’Iowa, per arrivare Mt. Zion, nel Wisconsin.  Muoversi  ‘lentamente’ è necessario, perché permette di capire, vedere meglio lo spazio (non solo geografico) che esiste tra le persone, una distanza che le pianure, le montagne, i campi di grano, la presenza invasiva e magnifica del cielo (raramente così visibile sullo schermo), restituiscono in tutta la sua fisicità, grandezza, ma anche finitezza. Una distanza che si può quindi di annullare, azzerare, ma solo dopo averla vissuta, metabolizzata.

E David Lynch, meravigliosamente, ‘rovescia il mondo’: all’immaginario odierno dove regnano corpi giovani e il mito della velocità, del tempo ‘reale’, dell’abbattimento del tempo e dello spazio, Straight story contrappone un mondo reale, un corpo anziano (un attore straordinario, Richard Farnsworth), che si muove lentamente recuperando proprio quelle distanze che il mondo sembra voler ogni giorno abbattere.

E’ tutta qui, forse, l’essenza di quel viaggio, perché, come dice Lynch stesso “è giunto il momento di confrontarsi con l’idea del perdono, perché le cose possano aggiustarsi per il meglio, nel mondo. Quando è basta è basta”. E allora eccolo con la sua macchina da presa a volte incredibilmente immobile nei piani (quasi un paradosso, in un road-movie), altre volte invece la vediamo volare sui campi e le colline, sempre accompagnare dolcemente il suo personaggio, adeguando tempo e ritmo del film (le musiche, i colori, ecc..) al viaggio solitario di Alvin. Che, incurante della stranezza del suo mezzo (e del pericolo, è un caso che l’unico momento per lui davvero pericoloso è quando, in discesa, rompe i freni e improvvisamente diviene ‘veloce’?), rifiuta anche il passaggio che gli viene gentilmente offerto da quel signore che, dopo l’incidente, gli offre una casa provvisoria nel suo giardino. Niente da fare, Alvin va dritto per la sua strada (e ‘straight’ non vuol forse dire dritto, in un incredibile gioco di sensi tra il nome e il percorso da intraprendere del personaggio?), deciso ad  arrivare fino in fondo dal fratello Lyle, prima che questi muoia. All’arrivo, dopo tanto percorso, il fratello (Harry Dean Stanton, un simbolo del ‘lento road movie’, ricordate Paris Texas di Wenders?), con le gambe malconce anch’egli come Alvin, lo accoglie silenzioso. Il silenzio è ‘rotto’ solo dagli sguardi.

“La lentezza si riconosce dalla volontà di non accelerare i tempi, di non lasciarsi metter fretta, ma anche di aumentare la nostra capacità di accogliere il mondo e di non dimenticarci di noi stessi strada facendo”, ha scritto Pierre Sansot, nel suo illuminante saggio “Sul buon uso della lentezza”. Qualcuno, al cinema, sembra finalmente averne preso atto.

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