HOMEWORKS – Blue Jay, di Alex Lehmann

Come stai? E’ la frase d’esordio del mondo, almeno così si dice. Ma quando due persone si rincontrano dopo tanti anni queste due parole assumono un significato del tutto diverso. Nascondono dietro la formalità quello che si vorrebbe veramente sapere: come è stata la vita dall’ultima volta che ci si è visti, se l’uno ha sentito la mancanza dell’altro, se tutto è andato come ci si aspettava. Invece si rimane fermi nel limbo del come stai?. In Blue Jay i due protagonisti Jim e Amanda si incontrano dopo tanti anni dalla loro separazione e tutto quello che riescono a dire è un formale are you ok? ripetuto allo sfinimento fino alla rottura di un ghiaccio dal quale emergono una serie di verità che prima si erano volute coprire. E’ quindi tutto uno sciogliersi questo esordio di Alex Lehmann che parte dal freddo presente per poi arrivare al cuore di tutta la narrazione, ovvero il passato. Quello che è al centro della storia non sono i protagonisti nel loro stato attuale ma come questi si siano evoluti rispetto a vent’anni prima. Per questo la fotografia in bianco e nero su cui fa leva tutto il film non è solo una pura scelta estetica ma è un tentativo di imitare il modo che la nostra mente adotta nel vedere un ricordo. Un intento ben chiaro fin dalle prime inquadrature nelle quali si susseguono VHS, scatoloni, nastri registrati, oggetti che fanno pensare a qualcosa ormai di apparentemente archiviato come l’amore di Jim e Amanda.

E tutto questo viene riaperto e rivissuto tramite i dialoghi tra i due ai quali lo spettatore assiste senza fatica e senza distrazioni. Non c’è nient’altro da guardare o ascoltare tranne una giornata nostalgica vissuta tra due ex amanti. Una messa in scena che non può che far pensare alla trilogia Before di Richard Linklater a cui Blue Jay deve molto e con cui condivide la straordinaria capacità di saper regolare perfettamente lablue-jay tensione nei momenti chiave. Nel modo di gestire il respiro della narrazione convergono ovviamente le interpretazioni degli uniciattori in scena, Mark Duplass e Sarah Paulson, che non sono solo chiamati ad vestire i panni dei due quarantenni ma anche a far intravedere chi erano stati quando si sono innamorati per la prima volta. Duplass è quindi perfetto a far emergere tutto il lato immaturo e bambinesco rispetto alla decisa e determinata Paulson. Un divario che fa immaginare che tipo di relazione potesse essere nella giovinezza ed anche come quell’impulsivo ti amo potesse venire da una sola bocca. La prova, forse, che alla fine nulla cambia anche con il passare degli anni e che si sarebbe in qualche modo dovuta concludere così. Uno sguardo pessimista oltre che malinconico, ma Blue Jay si fa comunque apprezzare per l’onestà e la semplicità con cui questi pensieri vengon messi per immagini e dialoghi. Non ci si deve aspettare l’innovazione ma una visone sincera su quello che è stato e mai più potrà essere.