I racconti dell’orso, di Samuele Sestieri e Olmo Amato

I racconti dell’orso, primo lungometraggio dei giovani registi romani, Samuele Sestieri e Olmo Amato, è il felice esito di una scommessa produttiva: low budget, troupe e cast composti esclusivamente dai due co-autori, crowfounding.
Nella sua evanescenza, se non assenza, di sceneggiatura preordinata, si esibisce come carroliana dimensione da attraversare, per chi saprà intra-vedere l’avventura del volo pindarico, ben oltre la “superficialità” dell’immagine stessa, oltre l’abbaglio anestetizzante degli affascinanti paesaggi finlandesi, fiabeschi e incontaminati, che sostengono il film, sino a paventare il rischio di poterlo fagocitare.

Il pretesto del viaggio e dell’evasione creativa, che ha condotto i registi ad esplorare luoghi ed atmosfere primordiali (elaborando solo a posteriori, in fase di montaggio, un’estetica fotografica ed acustica, vero e proprio esperanto linguistico) trovava unico, preliminare e concreto appiglio significante nei costumi di scena da indossare, per agire i due protagonisti, attanti – icone, del più vasto immaginario collettivo.
Perché, in definitiva, potenza e potenzialità de I racconti dell’orso risiedono entrambe nel lasciarsi trascinare in un gioco incondizionato di riemersione intra ed inter-testuale, che se da un lato invita a nozze i critici esegeti e citazionisti, dall’altro tenta di innescare il più autosufficiente entusiasmo spettatoriale, quella remota, informale, spontanea ipertrofia demiurgica dell’infanzia.

La traccia da seguire è davvero elementare (e probabilmente proprio per questo ostica, per lo sguardo più vizioso): in un luogo e tempo indefiniti e misteriosi (tra Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze e la fusione sospesa di cielo e terra di Vita di Pi di Ang Lee) ritroviamo una vivace macchia di colore antropomorfa (rosso, inquietudine da fiaba per antonomasia) e un alieno dal volto meccanico (che per fisiognomica rammenta almeno Wall-E e Star Wars) imbattutisi in un orsetto di peluche ferito, cui prestare aiuto. Nel susseguirsi dei capitoli tematici, che più che ricomporre un intrigo d’azione, cercano di corroborare il conflitto sentimentale di affezione ed empatia coi personaggi, si cela il più tenero squarcio della quinta schermica, l’invito allo spettatore ad entrare nel “gioco” della tessitura drammaturgica con la propria immaginazione: il monaco chiede all’omino rosso “Cosa facciamo ora?” e questi replica “Giochiamo!”, io, tu … e l’osservatore – onironauta, sognatore lucido, svincolato dalla credulità fenomenologica delle percezioni. Dunque, l’incipit fortuito, l’incursione nel sogno – cornice di una piccola “Alice” qualunque, a catapultarci già in media res nel gioco di ruoli, vestiti e svestiti dai personaggi. Inseguitore ed inseguito dapprima (non sarà un nascondino? coda di un sogno ricorrente, cui si aggancia nella variazione onirica il nuovo input del ritrovamento dell’orsetto malconcio?); soccorritori dell’orsetto dopo (siamo già in una nuova storia, saremo in grado di seguirla e orientarvici dentro?.

L’epilogo, infatti, dei due che sorseggiano tè nella stessa casina nel bosco, richiude provvisoriamente il vaso di pandora di tutte le idee, in attesa di essere agite in una eccedenza di senso incontenibile, in una rielaborazione in-funzionale, che non abbia altro scopo che comunicare se stessa, unità plurivoca, colta in una sola ispirazione o all’opposto destrutturazione, fatta a propria immagine e somiglianza, tanto dal genio autoriale, quanto da quello destinatario. Azzardiamo, dunque, un volo o una tangente, a partire dalla primissima inquadratura del film, quell’albero che campeggia monolitico in una distesa verdeggiante, sfiorato da un impercettibile cinguettio. I racconti dell’orso appare, quanto alla sua insondabilità metaforica, simile a quel caposaldo accademico della letteratura, che ha proprio nell’abisso isotopico ed exotopico della stratificazione di lettura, il più inestimabile valore di congiunzione col pubblico più eterogeneo: “Il pianto antico” carducciano, che può cullarci semplicemente nella gradevole onda della facile rima e allo stesso tempo, mai abdicando alla propria dolcezza formale, affondarci nell’incommensurabile umanità di un intero universo po – etico.

 

Regia: Samuele Sestieri, Olmo Amato

Interpreti: Samuele Sestieri, Olmo Amato, Freya Roberts, Bengt Roberts

Distribuzione: MFN

Durata: 67′

Origine: Italia 2015