Il chirurgo ribelle – SentieriSelvaggi intervista ERIK GANDINI

Mentre girava La teoria svedese dell’amore, il regista Erik Gandini si è interessato talmente tanto alla vicenda del dottor Erik Erichsen, chirurgo svedese trasferitosi insieme alla moglie in Etiopia e lì praticante metodi alternativi di lavoro, da farne un film a parte. Il chirurgo ribelle è stato presentato in anteprima mondiale lo scorso marzo al Bergamo Film Meeting, e la storia di Erik e Sennait e dei loro dieci anni etiopi ha scatenato forte entusiasmo e stimolato discussioni. Ho incontrato Erik Gandini in un bar piuttosto affollato di Bergamo Alta, e lì, davanti a un tè e a un cappuccino, abbiamo avuto una piacevole conversazione, un’intervista informale durante la quale abbiamo parlato di cinema, di documentario e cultura dell’incontro/scontro con la diversità, di come è nato il film e com’è stata l’esperienza in Africa, il girare in una sala operatoria, e molto altro.

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Iniziamo subito da come è venuto a conoscenza dell’esistenza di Erik e della sua attività: “Ho un’amica che fa il chirurgo nello stesso ospedale dove hanno lavorato per anni, in Svezia, e mi ha parlato di un corso per chirurghi che lui aveva tenuto, e di un blog che pubblicava, con le fotografie di quello che faceva e del suo modo di lavorare, della sua prospettiva nuova della Svezia”, ricorda Erik. L’incontro che è venuto poi non è stato immediato, perché i due coniugi non cercavano un’esposizione mediatica, anche se alla fine l’assenso a farsi riprendere è venuto da “dalla volontà di far vedere questa realtà, di questo cambio di prospettiva. Erik era infastidito da come di solito veniva raccontato il continente”, un continente in una situazione politico-burocratica complicata: ”È stato complicato a livello burocratico per partire, una situazione che rendeva la mia permanenza lì complicata”. Una volta giunti in questa zona un po’ sperduta dell’Etiopia, “ci siamo ritrovati in questo ospedale con un accesso illimitato soprattutto alla sala operatoria. E la premessa del lavoro era raccontare la sua quotidiana attività”.
Abbiamo cercato di non creare drammaticità nella dinamicità delle immagini, di lavorare sempre stabili, sempre ben inquadrati, abbiamo cercato di creare un’estetica piacevole, di non lavorare sulla camera a mano. La grande sfida è stata rispondere alla domanda ‘si può stare in una sala operatori a vedere queste cose, in modo che non diventi impossibile?’”

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Il rapporto che si è creato, soprattutto con il medico, l’ammirazione e l’affetto che si percepiscono, sono aspetti molto delicati: “era un risvolto che poteva essere controproducente, a un certo punto del documentario gli chiedo anche ‘ma a te chi ti controlla?’, non volevo fare l’inno del personaggio, era giusto anche chiedergli questa cosa, è chiaro che può essere anche visto come uno che ha scelto la libertà illimitata, anche se l’Etiopia non è così sregolata. Io sono convinto che loro siano spinti da motivi non di lucro, ma che vogliano veramente aiutare le persone. Volendo fare un film su una o due persone e seguirle così tanto, ti devono piacere o quantomeno affascinare. Mi piace anche che loro siano una coppia di due culture diverse, rivedo molto la mia esperienza: io sono cresciuto in una famiglia con papà italiano e mamma svedese. Questo aspetto dello scontro culturale, dei vantaggi che porta, nella diversità, penso che sia una delle grandi promesse del futuro, è lo spirito cosmopolita che a me interessa molto”.
L’accoglienza in sala, la sera della proiezione bergamasca, è stata molto calorosa. E in Svezia? “Rispetto alla Teoria svedese dell’amore che è stato più controverso, c’è stato questo apprezzamento unanime. Rispetto ai suoi colleghi, io penso che lui sia visto in parte come chirurgo scomodo, ai giovani interessa la tecnologia più avanzata, e penso che per lui sia stata anche una delusione il non essere visto come qualcuno che ha qualcosa da insegnare. E questo è anche sintomatico del rapporto che abbiamo con il Sud del mondo. Soprattutto rapportato alla Svezia. In Svezia è più facile sentirsi al di sopra di tutto, è il Paese che viene sempre usato come paragone, e questo può portare a un narcisismo pericoloso. Nel mio lavoro invece è sempre stato un credo la teoria fallibilista”.

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