Il cinema che rompe gli schemi. Matteo Rovere per #SentieriSelvaggi30

Il giovane regista, sceneggiatore e produttore romano Matteo Rovere è stato ospite – lo scorso 12 aprile – della Scuola di Cinema di Sentieri Selvaggi, nel contesto di una masterclass ove si è parlato a lungo e in modo del tutto informale – insieme ai numerosi ragazzi della scuola accorsi all’incontro – di cinema e spazi italiani, di genere, di drammaturgia nonché di “grammatica” cinematografica, in riferimento alla filmografia di Rovere e non solo. Seppure così giovane, Rovere – classe 1982 – vanta alla sue spalle una lunga carriera più che rispettabile, che lo vede affermarsi precocemente in veste di regista di corti – già agli inizi degli anni Duemila – e, in seguito, di lungometraggi, impostisi in Italia per la loro audacia di temi e soluzioni stilistiche; Rovere incarna, però, nello stesso tempo, la tipica figura di produttore “vecchia scuola”, ruolo attraverso il quale ha raggiunto successi e alti riconoscimenti e che ha saputo coesistere in armonia con la prima attività di regista e scrittore.

L’incontro con Rovere si apre con una clip tratta dal suo celebre film Veloce come il vento (2016), nella fattispecie, la lunga e avvincente sequenza dell’inseguimento in auto ai danni di Stefano Accorsi e Matilda De Angelis per le vie della città di Imola. Si tratta, per l’appunto, di una sequenza di grande realismo, abbastanza inconsueta nel panorama cinematografico nostrano di oggi ed estremamente permeata da influenze di genere action – il poliziottesco anni Settanta e Ottanta – , così come suggerita da un film in particolare, Ronin (John Frankenheimer, 1998), ove un altro incredibile inseguimento automobilistico vide come protagonista un indimenticabile Robert De Niro.
Rovere è estremamente concreto nelle sue risposte: ci parla di ciò che ama e di ciò che lo diverte vedere sullo schermo; di un forte desiderio di rompere gli schemi di una grammatica desueta e tristemente convenzionale; di una sua tendenza al realismo action e di come, nei fatti, sequenze come questa vengano girate oggi, nell’epoca del cinema in video. Rovere commenta così la clip, ricordando peraltro il David di Donatello ottenuto per questo film dal suo direttore della fotografia, Michele D’Attanasio: «Quando ho approcciato il film ho pensato che sarebbe stata un’occasione per divertirsi un po’ con scene poco frequenti in Italia (cioè, scene che fanno uso di stuntman, montaggio e suono fatti in un certo modo, ecc.). La scena dell’inseguimento in città adotta diversi sistemi di ripresa: è una grammatica che prevede l’uso di camere un po’ più piccole, facilmente posizionabili in punti imprevedibili rendendo la situazione della corsa; vere e proprie “videocamere”, non più “cineprese” nel senso letterale, termine oramai da considerarsi “inopportuno”. Mi piaceva ricordare la grammatica del film action alla francese (figlio comunque del cinema italiano poliziottesco), dando allo spettatore un effetto di verità dell’inseguimento».

Per chi è conoscitore del cinema diretto – e prodotto – da Rovere, sarà facile intuire un certo binomio ritornante tra una forte idea di italianità (si pensi solo all’accento sfoderato da Accorsi nel suddetto film o, in generale, alle sue italianissime ambientazioni) e il concetto di “forza distruttiva”, se non anche di detonazione vera e propria, com’è emblematicamente rappresentato nella rocambolesca distruzione di Villa Adriana in Smetto quando voglio – Masterclass (Sydney Sibilia, 2017): «A me e a Sydney piace molto il genere action; c’è di certo la volontà di detonare il cinema precedente. Il cinema italiano non ci ha sorpreso tanto negli ultimi tempi come hanno fatto i rumeni, i nordeuropei, gli spagnoli, i messicani o gli argentini, i quali hanno goduto della vicinanza degli Stati Uniti: si sono allenati tutti più di noi a “rompere gli schemi”. Da piccolo notavo che i film italiani non lasciavano molto spazio a questo tipo di cinema d’azione, che però è anche di contenuto… In Veloce come il vento mi divertiva il racconto emotivo, mi interessava la dinamica delle relazioni umane, la parte “femminile” del film: nel cinema, le storie sono emotività, rapporti, emozioni, relazioni».

Sono parole intense sull’arte emozionale del cinema quelle di Rovere che, non a caso, da ragazzo poco più che ventenne, sperimentò la sua innata passione proprio su questo terreno viscerale e alle soglie dell’emotività straziante: si tratta di uno dei suoi primi cortometraggi – vincitore del Nastro d’Argento nel 2007 – Homo homini lupus (2006), storia vera ispirata alla lettera scritta alla figlia (non ancora nata) dal partigiano Paolo Braccini (nel corto, l’attore Filippo Timi), che Rovere ci mostra accedere – quasi moribondo – a una dimensione “altra”, immaginare cioè come sarebbe potuto essere il suo futuro insieme alla neonata famiglia se fosse uscito indenne dalla guerra e dalle atrocità subite. Rovere è riuscito, con questo precoce lavoro, a esplorare quella che è da considerarsi la vera e incomparabile potenzialità del cinema, colpendo nelle profondità più intime anima e corpo dello spettatore: «Nelle lettere di Braccini ho trovato qualcosa che solo il cinema può darti, una dimensione quasi “ultraterrena”: l’uomo morirà nei fatti, ma sarà sempre accanto alla figlia… Il cinema ti dà la possibilità di esplorare l’inesplorato. Mi resi conto che questo mestiere entra nelle persone in modo profondissimo, entra nel corpo, è un’azione fisica. Pensate a quanto è soggettivo il cinema, è un fatto che ha a che fare con la vostra individualità; siete voi stessi a completare l’opera con le vostre emozioni, i ricordi, con qualcosa che è dentro di voi: quel testo ha bisogno di voi per vivere!». E su questa scia, Rovere ricorda – con toni perlopiù scanzonati – la sua “violenta” reazione a due film che non furono particolarmente apprezzati dalla critica, quali Festen (Thomas Vinterberg, 1998) e, più tardi, l’ossessione per Terrence Malick e il suo The New World (2005). Conclude, sempre scherzando con i ragazzi, in un crescendo di ilarità dell’incontro: «Penso di non essere l’autore ideale di Mereghetti!».

Rovere, grande conoscitore del cinema del nostro Paese e cinéphile, è stato anche produttore di due documentari consacrati a due importanti figure della nostra storia cinematografica: si tratta dei film Pietro Germi – Il bravo, il bello, il cattivo (2009), di Claudio Bondì e, l’anno successivo, Ritratto di mio padre, diretto da Maria Sole Tognazzi. In riferimento al primo, Rovere afferma: «Questo film di Bondì ha lavorato sulla figura di Germi che, per le generazioni più giovani, è poco conosciuta, perché il suo cinema era un po’ pop, più vicino al pubblico rispetto ai suoi contemporanei. Germi è un genio! Noi italiani, solo con i nostri autori, potremmo costruire una storia del cinema incredibile!». E continua con un monito agli studenti, a proposito dell’arte di fare film e conoscere le visioni che ne hanno tracciato – e inciso – il percorso storico: «Per fare cinema ti devi vedere un sacco di film!».

IL PRIMO RE – Matteo Rovere per #SentieriSelvaggi30 (Riprese di Luca Capuano e Leonardo Camerota, montaggio di Luca Capuano) from sentieriselvaggi30 on Vimeo

L’incontro continua prestando la debita attenzione agli altri celebri lungometraggi diretti da Rovere, il primo dei quali, vero shock della Festa del Cinema di Roma di quell’anno, fu Un gioco da ragazze (2008), tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Cotti (2005). Con questo film si esplicita tutto l’interesse che Rovere avrebbe destinato alla figura femminile nel suo cinema in toto, vero e proprio agente scatenante a livello drammaturgico: «Per ragioni di costume da noi, in Italia, il femminile non è visto come elemento scatenante, tantissimi film non hanno protagonisti nel femminile. In questa sceneggiatura ho pensato a Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, a Kids, ai film sull’adolescenza “ferina”. La gente al cinema fu molto toccata dal personaggio di Elena Chiantini (Chiara Chiti). Ecco il moralismo dell’Italia: il problema (per la Commissione della censura) non era la violenza del film, ma che alla fine il personaggio non venisse punito, cosa che ci dice molto sul nostro Paese. In Veloce come il vento ho deciso di mettere al centro del film lei, Matilda De Angelis (e nella storia vera lei è un uomo!). Il racconto era molto “donna”, era forte l’idea di vedere un femminile protagonista. Nel mio ultimo film – Il Primo Re, attualmente in lavorazione – la società è totalmente maschile ma, lavorandoci, sono riuscito a trovare un femminile fortissimo: che cosa può succedere a quel carattere (una vestale) in questo universo?».

Anche nel film successivo, Gli sfiorati (2011), tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi (2001), la donna è il carattere dominante, non soltanto in riferimento alla protagonista della storia Belinda (Miriam Giovanelli), bensì al personaggio – non così marginale – di Beatrice, interpretato da un’esplosiva Asia Argento, che in quel ruolo sembra avere preannunciato tante “questioni” sul femminile a venire (da Weinstein all’agguerrito movimento #metoo). Rovere conferma: «Lei portava una forza dirompente nel personaggio, era molto protagonista nei suoi movimenti. Ho calcato la mano quando ho incontrato un femminile detonante e le ho chiesto di interpretarlo: lei è riuscita a mettere una chimica materica che lo ha reso super incisivo».

L’incontro con Matteo Rovere si conclude con alcune ultime riflessioni in rapporto alla fotografia dei suoi film e all’attenzione riservata ai luoghi scelti come set: «I luoghi hanno una peculiarità (nel cinema americano si parla di “glocal”), cosa che funziona per l’Italia: Lucca era molto potente in Un gioco da ragazze, pulita, con una sua storia, che mi sembrava l’utile luogo per celare questa vicenda di bullismo che altrove sarebbe stata meno interessante; poi Imola per il suo legame con i motori; Gli sfiorati sono, invece, ambientati a Roma già nel romanzo di Sandro Veronesi, dove la città assume toni specifici che ho cercato di restituire; nell’ultimo film siamo a Roma 2000 anni fa. Sono un enorme appassionato di fotografia e postproduzione: ogni volta che penso a un film ragiono sulla luce; cerco sempre di pensare a chi è più adatto nel ruolo di direttore della fotografia». Ecco, dunque, spiegata la varietà di collaborazioni di Rovere, appunto cominciando da Arnaldo Catinari per il suo primo film, poi Vladan Radovic per Gli sfiorati, Michele D’Attanasio per Veloce come il vento e ora anche Daniele Ciprì, che lo aiuta insieme all’anamorfico per quest’ultima fatica sulla “rifondazione” di Roma che, non andrà a Cannes, ma speriamo di vedere in sala entro la fine dell’anno.

Ultima considerazione è destinata, allora, alla città di Roma, la sua natale e quella del cinema par excellence: «Mi piace molto che il cinema respiri il rapporto con i luoghi e la musica: Roma è portatrice di storie in una maniera esplosiva! È difficile non farci influenzare dalla sua forza, che cerchiamo di riformulare in vari modi. Se l’Italia ci offre questi territori anche fisici, andiamoli a sfruttare!».
Nell’attesa di quest’ultimo “primo re” di Roma, Rovere insegna ai futuri artisti del cinema a riconoscere e sapere utilizzare la materia prima che ci offre il nostro Paese, non solo – banalmente – i suoi magnifici territori naturali, ma in primo luogo la sua tradizione cinematografica, la sua storia o storie al plurale, quand’anche solo per detonarle e ricostruirle da capo con nuovo vigore. Tenendo fermo il nodo che fonda l’arte tutta: i sentimenti, i viaggi interiori, l’azione corporale ed emotiva che il cinema infligge allo spettatore, offrendogli la possibilità di trovare in un’immagine una strada alternativa, immaginifica, verso una dimensione “oltreumana”. Il sapere vedere oltre del cinema.