“Il cinema deve tornare a essere un’esperienza”. Fabio Grassadonia a Sentieri Selvaggi

Il regista siciliano Fabio Grassadonia è stato ospite venerdi 1 dicembre presso la Scuola di Cinema di Sentieri Selvaggi e, come già in numerosi altri incontri del passato, ha offerto di nuovo l’opportunità di un dialogo intelligente e consapevole sul cinema contemporaneo, sullo stato della critica e sui modi e forme di raccontare sullo schermo la realtà (italiana) più urgente, talvolta inaccettabilmente taciuta dai più. Per l’appunto, la filmografia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza – duo nostrano che, come spesso accade, trova modo di affermarsi solo grazie a un festival estero – si è da subito collocata verso quel côté autoriale che genera spesso insofferenza e rigetto, proprio perché fuori da un canone imposto e da schemi che i due preferiscono ogni volta oltrepassare in modo del tutto personale, costruendo visioni di impatto, che sanno scavare “dentro”, obbligando lo spettatore a una riflessione di coscienza spesso troppo forte per essere accettata. «Per noi il cinema deve trovare una via per impattare le coscienze, deve provare a essere altro se vuole sopravvivere. Se porti una persona in sala devi fargli vivere un’esperienza; bisogna porci costantemente ai limiti di un bisogno interiore e trovare una via per portarci dentro lo spettatore senza paura. Andare al cinema deve tornare a essere un’esperienza, perché ormai se ne fanno poche!», così Grassadonia esprime il cuore del proprio lavoro con Piazza, che rimane alternativamente diverso da tanto cinema di casa nostra, ma sempre fermo nella consapevolezza di avere dato un senso – anche politico – a ciò che si è fatto, mettendo direttamente mano a un vissuto interiore, perché è proprio quella la riserva di ogni (loro) film, di ogni immagine profonda che la coppia ci ha regalato in questi anni proficui a partire da Rita (2009).

L’incontro si apre con una clip dal making of dell’ultimo lavoro di Grassadonia e Piazza, Sicilian Ghost Story (2017), che aprì la 56esima Semaine de la Critique di Cannes. Il regista riattraversa l’esperienza di lavorazione del film, considerato ad oggi il loro impegno più significativo, quello che appunto li ha messi a duro confronto con uno dei fatti di cronaca più sconvolgenti (e taciuti) della Sicilia di “Cosa Nostra” – il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo –, e da qui la decisione di trattare il delicato oggetto narrativo in chiave fantasy, tenendosi dunque alla larga dai cliché più banalizzanti a cui spesso si ricorre nel trattare il binomio Sicilia/criminalità organizzata. Esperienza di duro lavoro – emotivo e di ricerca sul caso, senz’altro –, ma anche momento di riscoperta di un ambiente che, anche per un siciliano doc, resta un mistero – il film viene girato nell’unico bosco autoctono della regione, dove sono collocate riserve idriche. Ma Grassadonia ricorda felicemente soprattutto il lavoro di gruppo tra le montagne, quello con i due ragazzi, Julia Jedlikowska e Gaetano Fernandez, che di quella storia terribile non sapevano niente: «È stato un viaggio lungo tre mesi, e questa parte è stata per noi la più emozionante, anche perché devi essere disposto tu stesso a metterti in gioco; i ruoli saltano e devi guidarli nell’acquisizione di una fiducia, di cui tu devi essere parte proprio come loro… Comporre una squadra dove eliminare barriere e riconoscersi in un gruppo, in un ambiente sicuro».

SICILIAN GHOST STORY – Fabio Grassadonia a Sentieri Selvaggi (riprese di Riccardo Luisi e Riccardo Provazza, montaggio di Luca Capuano e Leonardo Camerota)

Ma il tasto dolente resta la fase distributiva del film, che non ha saputo considerare a sufficienza il tipo di pubblico a cui indirizzarlo, mettendolo in uscita “brutalmente” proprio durante Cannes. Un disastro quindi (poi contenuto grazie a una distribuzione indirizzata con successo ai ragazzi delle scuole) per la coppia che è stata subito relegata tra gli autori destinati a perire nelle piccole sale d’essai; e perlopiù stroncata da una critica stantia, ottusa e rinchiusa nei SGS_backstage_111-e1495459598246propri falsi intellettualismi, verso la quale Grassadonia non teme di spendere parole dure ma giuste, difendendo il proprio lavoro che è, e resta, un atto d’amore per un bambino e per la sua memoria dimenticata: «Bisogna liberarsi da una certa alterigia e un certo modo di ragionare… Ma non è vero che questa critica non ti danneggi, anzi ti può molto danneggiare. Noi stiamo tentando una via propria, per non chiuderci nelle quattro forme che si portano avanti da una vita».
Grassadonia e Piazza si sono mossi, dunque, dentro un filone di genere favolistico (con riferimenti che vanno da Laughton a Il labirinto del fauno di del Toro) con una storia di cruda realtà alla quale si sono attenuti fedelmente – con l’unica eccezione di accentuare alcuni tratti fisiognomici dei personaggi-orchi, come nelle migliori favole nere o spingere nell’immaginario con il tramite della lettera d’amore –, mostrata da un punto di vista inatteso, ma che ha consentito di farla “brillare” nella sua vera essenza, aprendo a una sorta di miracolo di vita, proprio come quello scaturito dall’incontro in Salvo (2013): «È dal culmine dell’abiezione umana che volevamo far partire una storia diversa, costruire dalle macerie una storia che sia un inno d’amore. In quell’acqua si compie un miracolo inatteso; è l’amore (e il pensiero) di Giuseppe che continua a tenere viva lei, è il morto che salva la viva e non il contrario».

L’incontro e la relazione con l’altro, che oramai sappiamo essere costante del cinema di Grassadonia e Piazza, definiscono l’umanità e in qualche modo la salvano in una dimensione interiore: l’espediente cinematografico al servizio di questo, dell’“invisibile” cioè, è una certa durata dell’inquadratura che porti lo spettatore a interrogarsi sul senso – si noti l’insistenza violenta sulle spoglie di Giuseppe liberate in mare dopo la dissoluzione nell’acido; oppure, il gioco con il fuori campo/fuori fuoco, volto a consentire l’insorgenza di una vita “altra” che resterebbe altrimenti inaccessibile. Infine, la cornice musicale – indicata già in fase di scrittura – subentra a suscitare la sfera dell’invisibile alla pari, in specie in Sicilian Ghost Story in cui si è mantenuto un tono extradiegetico semplice per non sovraccaricare ulteriormente il film.
Grassadonia si riconferma in questa sede modello di regista che non teme di sfruttare a pieno gli strumenti della drammaturgia e, insieme all’inseparabile compagno di lavoro Piazza, ci porta con i suoi film una testimonianza forte e necessaria per un nuovo cinema, e dei nuovi orizzonti. Cosa vede nel futuro il regista? Forse la serialità, di nuovo un trattamento classico “di genere” allora, ma siamo pronti a scommettere che sarà un’altra esperienza (umana) straordinaria da non perdere.

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