Il disprezzo, di Jean-Luc Godard

Tra marito e moglie scoppia improvvisamente la crisi, inattesa, che li porta a riflettere su quell’amore che si erano giurati solo pochi istanti prima tra le lenzuola, e che insinua il disprezzo del titolo a serpeggiare pericolosamente nel loro rapporto. Lui è uno sceneggiatore francese alle prese con un regista tedesco saggio e con un produttore americano smargiasso, tutti spaesati tra l’assolata Cinecittà romana e la paciosa cornice marinaresca di Capri.
Non c’è tranquillità né conciliazione però in quello che a ragione viene considerato uno dei film più importanti della nouvelle vague e della filmografia di Godard, così come avveniva nel romanzo di Alberto Moravia da cui trae ispirazione.
La quiete iniziale è pura apparenza, ed è pronta ad essere sostituita da tensione, livore, incomprensione, per finire con un tradimento che proprio perché appena accennato fa male.

Il disprezzo
è un film di parole e emotività, di lucida psicologia, dove il maschio e la femmina si scontrano, non del tutto consapevoli della potenziale gravità delle conseguenze. Ai lati del campo di battaglia l’umanità sta a guardare, e commenta placida, partendo dalla scusa di un rifacimento cinematografico dell’Odissea diretto da Fritz Lang, che interpreta se stesso, come nei sogni di ogni cinefilo, categoria cui Jean-Luc Godard appartiene di diritto sin dai tempi in cui era critico per i Cahiers du Cinema. Il quesito se Ulisse vaghi per non tornare a casa da Penelope, di cui potrebbe non essere più innamorato, oppure se siano semplicemente gli dei del caso a voler dividere la coppia è lezioso. Lo stesso, per contrapposizione, si potrebbe dire dell’autoritario Prokosch, padre-padrone-produttore che quando è in scena, grazie al viso arcigno e al talento di Jack Palance, si mangia gli avversari e impone le medesime regole del gioco, impedendo di sondare la causa scatenante della crisi in atto.
Da una piccola scintilla – un silenzio di troppo, uno sguardo diverso dal solito, una bugia detta per orgoglio – nascono smisurate conclusioni, che sfociano nella tragedia.

Qualcuno potrebbe considerarlo un po’ datato nella forma a tratti teatraleggiante del monologo reiterato, soprattutto se visto con gli occhi del pubblico contemporaneo, abituato a ritmi e tempi più secchi, eppure Il disprezzo rivela ancora oggi la capacità di Godard di abbracciare un’idea di cinema universale, straniera in patria e a proprio agio all’estero; e per questo motivo fruibile liberamente, senza eccezioni. Nel director’s cut che “Il Cinema Ritrovato” riporta in sala, il melting pot di culture, lingue e personalità va a creare un unicum indivisibile, uno spaccato sociale tanto cinico quanto amaro.
Sin dall’apertura con una citazione da André Bazin, infatti, Godard è, al solito, talmente estremo da non prevedere alcuna possibilità di redenzione. La morale è crudele, agra come la rabbia: il compromesso e il passo indietro sono il fallimento, ma andare avanti comporta una consapevolezza ugualmente dolorosa.


Titolo originale: 
Le Mépris
Regia: Jean-Luc Godard
Interpreti: Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Georgia Moll, Fritz Lang, Jean-Luc Godard, Raoul Coutard, Linda Véras 
Distribuzione: Il Cinema Ritrovato
Durata: 105′
Origine: Francia-Italia/1963

Un commento

  • Paolo del ventoso Est

    Grande Matteo! Non pensavo di trovarti su questi lidi :-)
    Inappuntabile recensione a uno dei migliori titoli della NV

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