Il duplice sguardo di Claudio Caligari


L'esordio di Claudio Caligari avviene nel 1976 con La macchina da presa senza uomo, a cui fecero seguito alcune prove (Alice e gli altri, 1977, la lotta nel Belice, 1977, La parte bassa, 1978) che dimostrano la viscerale attrazione che il "reale" esercita su di lui. Appartengono non a caso al genere del documentario ed egli vi si cimenta rivestendo il doppio ruolo di sceneggiatore e regista insieme. Eppure sembra che tale abito stia stretto a Caligari, che non basti ad un artista animato, pare, da una tensione altrettanto urgente a rivolgere quello stesso sguardo verso l'interno e trasfigurare attraverso il proprio mondo interiore quella porzione di mondo "esterno" in precedenza catturata. Nell'opera successiva già si scorge un approccio complesso: guardare alla realtà, sì, ma come un molo da cui salpare per esplorare, addentrarsi coscientemente in sé. Accade così che una 'condizione' sociale o un fatto di cronaca vengano capillarmente smontati e ricostruiti sin quasi a dimenticare il fulcro di partenza poiché il 'realmente accaduto' resta sulla sponda quanto più il 'reale immaginato' acquista corpo a sé. Nel 1983 esce il primo lungometraggio di Claudio Caligari, Amore tossico. Regista e sceneggiatore, ambienta la vicenda ad Ostia avvalendosi di giovani drogati presi dalla strada e appartenenti alle fasce sociali più basse. Il taglio documentarista contribuisce a suscitare grande scalpore per la crudezza della immagini e il tema trattato ma il film non si esaurisce in esso: la macchina da presa punta il suo sguardo su Cesare e Michela, due ragazzi del gruppo che cercano di uscire dal tunnel della tossicodipendenza, e il dramma si inasprisce sino ad un epilogo quasi shakespiriano. Fu questo aspetto a suscitare i maggiori dubbi ed indurre parte della critica a definirlo un film 'tagliato', composto cioè di 'roba buona' e 'roba cattiva', come si dice dell'eroina. Caligari ottenne comunque riscontri molto favorevoli e vinse il premio come miglior opera prima a Venezia.


Durante le riprese di Amore tossico, tra il 1978 e il 1983, Roma fu scossa da una serie di rapine riconducibili ad un gruppo di malviventi, la cosiddetta "banda delle case". Portò a segno almeno settecento rapine scegliendo le vittime tra i Vip, inclusi attori e produttori. Dapprincipio Caligari non vi riscontrò elementi capaci di "accendere la miccia" sinché non si imbatté nel romanzo di Dido Sacchettoni, Le notti dell'arancia meccanica. Il giornalista aveva raccolto la testimonianza diretta del capobanda ricostruendone il milieu, e tanto bastò. Nacque L'odore della notte, film di cui Caligari ha curato soggetto, sceneggiatura e regia. La lavorazione si rivelò ardua: al perfezionismo del cineasta si aggiunsero difficoltà nel reperire i fondi necessari. Il film fu infine presentato alla 55a Mostra del Cinema di Venezia, nel 1998, anno in cui egli, in un'intervista concessa a Maurizio Porro del Corriere della Sera, affermò che 'se non eri affiliato alla cosca e non ti offrivi di edulcorare o mascherare la realtà, non lavoravi: il dilemma era se fare il soprammobile o usare la coscienza critica'. E la realtà c'è, come sfondo su cui si basa la metafora che il regista ha (intra)visto: il mondo marginale e famelico che attacca quello dei ricchi per soldi innanzitutto ed anche perché in esso riconosce ed invidia un destino migliore del proprio. Memorabile la scena in cui il protagonista (Valerio Mastandrea) punta la pistola contro il televisore mirando a presentatori e soubrette. Allo sguardo volto alla realtà consegue lo sguardo (ri)volto alla propria realtà. Il risultato è efficace, gli omaggi a Martin Scorsese creano un cortocircuito di rimandi che vanno ben al di là di un semplice ammiccamento esteriore senza però snaturare l'essenza del film. Ora Claudio Caligari è impegnato nella realizzazione del suo terzo lungometraggio, Anni rapaci, tratto dal romanzo Manager Calibro 9 di Fazzo e Colaprico, ispirato alle vicende giudiziarie di Mani pulite. Claudio: ti aspettiamo!