Il nome della rosa: da Umberto Eco a Stefano Massini

Da quando nel 1980 Bompiani lo portò nelle librerie italiane, proiettando così Umberto Eco, il suo autore, dal rispettato mondo accademico ai successi della grande editoria, Il nome della rosa è diventato uno dei libri-fondamento della cultura italiana contemporanea. Al di là di una diffusione capillare (probabilmente solo i Promessi Sposi, la Bibbia e la Divina Commedia possono vantare una presenza maggiore nelle case degli italiani), il romanzo di Eco è diventato, non solo, un termine di paragone nella letteratura successiva ma ha formalizzato un genere a se stante, un nuovo modo di interpretare il romanzo. Scrivere o produrre arte, oltre ai naturali obiettivi commerciali o di intrattenimento, è sempre un atto politico ed Eco, con la sua opera, ha indicato la strada per i quegli scrittori interessati a usare la Storia e/o il Genere per raccontare altro. Gli esempi di Valerio Evangelisti (la saga dell’implacabile inquisitore Nicolas Eymerich) o dei Wu Ming/Luther Blissett (all’epoca della pubblicazione, si pensò che Q fosse stato scritto dallo stesso Eco sotto falso nome) sono solo i più evidenti e riconosciuti ma l’importanza seminale che il romanzo Bompiani ha avuto nella narrativa italiana, ogni anno, rivela radici più profonde.

Come ogni opera di successo e dalla forza evocativa eccezionale, Il nome della rosa ha concepito una lunga sequenza d’ispirazioni e d’adattamenti, il più famoso di tutti il film omonimo di Jean Jacques Annaud. Il nome della rosa – versione cinematografica, pur “svilendo” il contenuto magmatico del libro (non a caso lo stesso Annaud definisce il suo film un palinsesto dell’opera di Eco) ha molti pregi. La pellicola si ritrova, infatti, a essere un perfetto e claustrofobico thriller dell’orrore, in un disordinato e (volutamente) stonato equilibrio tra grottesco esasperato (i monaci mostruosi) e la lucida investigazione deduttiva. Inoltre Annaud, all’epoca contro il parere di tutti, regala a Sean nome-rosaConnery uno dei ruoli della sua vita, arrivando addirittura a trasformare Guglielmo da Baskerville in un personaggio iconico. Il successo del film l’ha reso l’adattamento più famoso ma non nel ricordare gli altri (fumetti, racconti, boardgame, dischi) ci teniamo a consigliare il recupero del radiodramma con Lino Capolicchio ancora scaricabile, come podcast, sul sito di Radio2. In attesa della futura serie tv, co-produzione italo-tedesca con John Turturro nel ruolo del protagonista.

Il percorso de Il nome della rosa non poteva, dunque, evitare di trovare una nuova vita nel Teatro e per cucirgli una nuova veste scenica c’è voluta la sensibilità autoriale di Stefano Massini. La versione teatrale del testo di Eco, diretta da Leo Muscato è in questi giorni al Teatro Argentina di Roma (prima tappa di una lunga turnè per i palcoscenici italiani), riesce nel durissimo compito di sopravvivere al confronto con l’originale, rendendo ancora attuale e appassionante una storia più che nota. Massini, infatti, compie un lavoro di adattamento essenziale e piega le parole e le immagini di Eco in una struttura ideale per il nuovo medium. Il drammaturgo, pur guardando ai precedenti, trova la sua via. Massini si muove con intelligenza dentro le pagine del romanzo, arrivando, allo stesso tempo, dunque, a conservare l’oliata quest investigativa e trovare, tra tanti piani di lettura, un sorprendente cuore emotivo.

06_IL-NOME-DELLA-ROSA_DSC_6242Mettere, davvero, al centro della vicenda Adso (anche per la doppia interpretazione di Giovanni Anzaldo e Luigi Diberti) ha lo scopo finale di trasformare il racconto più che in un thriller, nel ritratto storico-politico di un’epoca o in una metafora storica, nella biografia di un vecchio morente, alle prese con i suoi rimpianti amorosi, le sue nostalgie, i suoi rimorsi. L’enfasi data dall’adattamento su questo lato sentimentale, filtrata anche dalla presenza dello spettro della ragazza senza nome, trasforma il racconto-ricordo in qualcosa di più emotivo, di più personale. Sotto questo sguardo i mostruosi delitti dell’abbazia, il feroce dibattito politico-teologico e il fascino magnetico della biblioteca-labirinto perdono tutti i loro simboli per diventare sfumate nostalgie di un uomo che, più che degli eventi straordinari di cui è stato testimone, ricorda la sua adolescenza, il suo primo amore. A uscire rivoluzionata è, allora, proprio la figura di Guglielmo. Il monaco francescano, infatti, maestro acuto e implacabile (interpretato dall’ottimo Luca Lazzareschi), sveste i panni post-moderni del detective hero infallibile per assumere una dimensione più umana. Come un padre/maestro che vuole dare gli insegnamenti al figlio/allievo, Guglielmo da Baskerville si ritrova a scontrarsi con gli entusiasmi, le ingenuità e i deliri di un adolescente in amore, diventando, non il protagonista di un giallo, la comparsa di un coming of age medievale.