Il Vangelo secondo Mattei, di Antonio Andrisani e Pascal Zullino

Quante volte e su quanti livelli possiamo raccontarci a noi stessi attraverso l’immagine?
Fino a che punto è giusto rendersi corpo cinematografico? Il Vangelo secondo Mattei, di Antonio Andrisani e Pascal Zullino – vincitore del concorso Salto in lungo al Corto Dorico Film Festival – si spinge oltre questa possibilità e la volontà di fare meta-cinema, diventando qualcosa di alieno: un racconto di altri racconti, un riflesso di altre immagini, una narrazione di un’altra storia. Il riscatto di un’altra lotta, forse già troppo distante.

Mettendosi nel centro della narrazione sin dal’inizio, Andrisani e Zullino interpretano un regista e il suo assistente che dopo aver fallito nelle loro ambizioni artistiche tornano alla loro Matera natia, una specie di “terra promessa” e palcoscenico perfetto per sviluppare il loro film di riscatto, intitolato Il Vangelo secondo Mattei. Ma il loro progetto è abbastanza ambizioso e cercherà di raccogliere tutte le loro inquietudini sospese: la figura e il mito dietro Pier Paolo Pasolini – che girò, appunto, il suo Vangelo secondo Matteo nella stessa Matera -, la “memoria” del polemico imprenditore Enrico Mattei, la religione e l’immaginario cinematografico di Gesù, tutto attraversato da una volontà ambientalista che evidenza come argomento centrale le estrazioni petrolifere in Basilicata. Spinti da una motivazione, dicono loro, “meramente di marketing“, scelgono come protagonista Franco Gravella (Flavio Bucci), un anziano attore materano che da ragazzino aveva fatto la comparsa nel film di Pasolini e che adesso deve interpretare una particolare versione di Gesù. Per Franco, questa occasione rappresenta anche un’ultima possibilità di riscatto, dopo tutto una vita ad aspettare di uscire dalla zona dell’almost famous e diventare ciò che aveva sognato per se stesso.

Proprio come in una delle prime scene del film – dove un vecchio e ammalato “Gesù” si trova di fronte a un fiume pieno di pesci morti a causa dell’inquinamento di petrolio, finendo poi svenuto nel’acqua fino a diventare a uno di loro – sembra che i registi portino nelle spalle un pesce che minaccia di morire, un’idea che si rende ogni volta più irraggiungibile, una chimera. Ma è precisamente nella consapevolezza di questa precarietà, e soprattutto nella capacità di ridere di se stessi e di un pesce già morto, l’aspetto in cui il film riesce a brillare con la propria luce, quella che tende a perdere potenza dietro l’eccesso di omaggi, di meta-linguaggi, di meta-racconti, di meta-significati.

“Non provare a capire, questa cosa è più grande di te“, avvertono in continuazione FlavioBucci_000-e1494410417468 Franco, mentre lui tenta di arrivare in fondo la situazione in cui si trova, perché sa che questa potrebbe essere la sua ultima sorgente, l’opportunità definitiva. “Ma cosa è più grande di me, il petrolio?”, si chiede a voce alta. “No Franco, l’anima umana”. Così, nella sua ingenuità oppure assoluta lucidità, Franco diventa la vera anima del racconto, il corpo cinematografico dove convergono tutti i livelli del film: come Matera, lui vive, in un certo senso, delle glorie cinematografiche del passato e l’eco che questo possa avere nel presente; come la Basilicata, cerca di sopravvivere e portare avanti la sua vera natura, anche se i corpi alieni, le minacce esterne oppure le estrazioni di petrolio possano indebolirlo; come il Cinema, s’impegna a continuare ad esistere nella sua dimensione, pure se a un certo punto diventa una chimera. In Franco c’è anche la denuncia di una realtà sotterrata, l’ostinazione di Andrisani e Zullino, la memoria di Pasolini e la faccia del Neorealismo, quella che- come qualcuno descrive nel film – “gli americani amano, perché un morto di fame recita meglio che un vero attore”. 

 

Il Vangelo secondo Mattei è in tour nelle sale italiane. LE PROSSIME PROIEZIONI