Il volo della fenice, di Robert Aldrich

L’inizio prima dei titoli di testa. Fermo-immagine sui componenti. Con l’aereo che sta per precipitare. L’estasi della sintesi del cinema di Aldrich. Che non spreca neanche un piano ed è l’estrema sintesi di come si filma l’azione. Ci sono delle zone di horror dentro Il volo della fenice, realizzato dal regista dopo Piano…piano, dolce Carlotta e che sembra anticipare Quella sporca dozzina. Un cinema tutto al maschile dove l’unica presenza femminile è in una visione, quella della ballerina Farida.

Dopo una tempesta di sabbia, l’aereo di una compagnia petrolifera condotto dal pilota Frank Towns è costretto a un atterraggio di fortuna nel deserto del Sahara. Tra i superstiti c’è un ingegnere aeronautico che propone di ricostruire il velivolo con i pezzi del relitto mentre l’equipaggio si sta decimando.

Quasi un Che fine ha fato Baby Jane? all’aperto, dove emerge uno dei temi portanti del cinema di Aldrich con i protagonisti portati in una situazione-limite e devono sopravvivere in condizioni estreme. C’è il volto disilluso di Jimmy Stewart che si porta dietro quelle tracce di rabbia dal cinema di Anthony Mann, ma anche una serie di figure in cerca di riscatto a cominciare dall’ufficiale di rotta Lew Moran interpretato da Richard Attenborough. Ma Il volo della fenice ribalta le forme del cinema d’avventura. Dove ogni atto appare sospeso in un tempo che può apparire infinito. Con l’equipaggio in mezzo al deserto. Dove esplodono i dissidi, dove si sente addosso la sabbia, il caldo e la sete. Con l’acqua che manca. Un cinema della sopravvivenza, ma che ci scaraventa lì dentro. Come se Werner Herzog dovesse incontrare Michael Mann.

Ma anche un cinema di visioni. Non solo la ballerina, quasi veggenza che arriva da un fascio di luce che appare una sorta di ‘cinema nel cinema’. Ma i protagonisti che sembrano sgretolarsi e poi ricomporsi, quasi ideali predecessori degli Avengers. Ma allucinazioni, illusioni di sguardi che possono apparire come soggettive distorte. Con i conflitti filmati con una maestria assoluta. Perché prima del dialogo conta una siruazione di duello continuo. Quasi una prosecuzione di Prima linea in un war-movie stavolta senza guerra. Dove il pericolo è sempre nel fuori-campo. Come nella scena del capitano britannico e il medico fatti fuori dai predoni arabi. Fino al finale che è una delle vertigini nel modo di filmare il miracolo. Ma che può restare anche solo pura visione di un cinema solidissimo (e la solidità del plot si vede anche nel bel remake del 2004 con Dennis Quaid) ma che è anche furiosamente astratto. Se oggi Aldrich fosse ancora vivo, sarebbe uno dei registi ideali – e il migliore – per i film tratti dalla Marvel.

 

Titolo originale: Flight of the Phoenix

Regia: Robert Aldrich

Interpreti: James Stewart, Richard Attenborough, Peter Finch, Ernest Borgnine, Hardy Krüger, George Kennedy, Dan Duryea

Durata: 148′

Origine: Usa 1965

Genere: avventura

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