Immagini “nel corso del tempo”. Omaggio a Robby Müller

Ci ha lasciati, all’età di 78 anni, il direttore della fotografia olandese Robby Müller. Una delle figure fondamentali per comprendere la rivoluzione estetica che il cinema moderno anni ’70/’90 (quello dei figli delle Nouvelle Vague) ha portato avanti tra Europa (da Wenders a Reitz sino a Von Trier) e Stati Uniti (da Bogdanovich a Friedkin sino a Jarmusch).

Robby Müller ha sempre cercato di illuminare “immagini mancanti”. Inseguendo la verità sentimentale oltre la costruzione filmica, nelle sgranature e nelle crepe dei supporti, nelle superfici riflettenti e nei mezzi di trasporto come grandi metafore dell’esistenza “moderna”. Immagini nel corso del tempo, insomma, parafrasando uno dei film/esperienza imprenscindibili per la cinefilia a venire. In questa profonda messa in discussione di stili e linguaggi, però, il primo piano resta il paesaggio da cercare tra i paesaggi, la verità umana ultima che il cinema restituisce ai suoi spettatori.

Alice nelle città (Wim Wenders, 1973)

Robby Müller è stato un direttore della fotografia dall’evidente “firma autoriale” messa però al servizio dei più influenti registi/autori del suo tempo. Una personale ricerca estetica – dai pittori fiamminghi ai romantici tedeschi, passando per la fotografia beat di Robert Frank – che ha lasciato una traccia indelebile nel cinema contemporaneo (pensiamo solo ai film di Steven Soderbergh e al suo pseudonimo cinematographer Peter Andrews). Ricordiamolo, allora, con qualche scintilla della sua grandezza.

Nel corso del tempo (Wim Wenders, 1976)

Il sodalizio con Wim Wenders: dal bianco e nero alle tavolozze di colori primari, dal viaggio esistenziale (Alice nelle città) al trauma di un’intera generazione (Nel corso del tempo), dal cinema dei padri (Paris, Texas) allo sguardo gettato sul futuro delle immagini (Fino alla fine del mondo)… le inquadrature di Robbie Müller hanno accompagnato il viaggio di uno dei più importanti cineasti del secondo Novecento.

 

Paris, Texas (Wim Wenders, 1984)

Fino alla fine del mondo (Wim Wenders, 1991)

Vivere e morire a Los Angeles: il (neo) noir definitivo sugli anni ’80. L’incontro con William Friedkin fa letteralmente “infuocare” le strade di Los Angeles tra inseguimenti epocali e primi piani in movimento di una potenza ancora oggi scioccante.

Vivere e morire a Los Angeles (William Friedkin, 1985)

 

 

Repo man (1984): Alex Cox firma uno dei cult movie di inizio anni ’80, frullando (politicamente) generi e restituendoci un’immagine (dell’America) codificata e anarchica nel contempo. Robby Müller crea continui scarti e vertigini nelle inquadrature.

Repo Man (Alex Cox, 1984)

 

Le onde del destino: paesaggi e primi piani che si smarcano dalla (inesorabile) sceneggiatura, rimandendo impressi nella memoria come un’onda rabbiosa al di là del destino già scritto. Il miglior Von Trier anni ’90 è illuminato da Robby Müller.

Le onde del destino (Lars Von Trier, 1996)

 

Dead Man: in questo western di frontiera contaminato dall’esistenzialismo europeo (Wenders, Antonioni) e dall’etica dell’immagine giapponese (Mizoguchi, Ozu), Robby Müller accentua il contrasto primario tra luce e buio con primi piani quasi dreyeriani. Jim Jarmusch trova la sua luce.

Dead Man (Jim Jarmisch, 1995)

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