Blog DIGIMON(DI) – In che anno siamo?

 

La parola chiave scelta è “sequel”.  Certo abbiamo di fronte due film/serie evento, due piccoli giganteschi macigni dell’immaginario cinematografico del ‘900, come BladeRunner e Twin Peaks, di cosa possiamo parlare se i due eventi più importanti della stagione sono dei seguiti di prodotti realizzati negli anni ’80?

Forse degli anni ’70, suggerisce qualcuno…  e David Fincher riparte proprio dal 1977, anno spudoratamente chiave che, per gli storici del XX secolo, probabilmente sarà ricordato come il vero inizio del “Nuovo Mondo”, quello che ci ha portato a quello che siamo (diventati) oggi.

Sarà colpa o merito di Steve Jobs che in quell’anno lanciava il suo Apple II e primo personal computer di successo della Storia? O di George Lucas che in quell’anno fa uscire nelle sale il primo film della  saga di Star Wars? O del punk che in quell’anno vide affermarsi musicalmente in tutto il mondo un movimento nato pochi mesi prima? David Bowie cantava “Heroes” e, magnificamente, David Byrne e i suoi Talking Heads gridavano forte “Psycho Killer”, canzone forse emblema di quegli anni che Fincher (in Mindhunter) cattura come fosse una sorta di premonizione. Già perché in quegli anni le indagini poliziesche cominciarono a porsi domande diverse, dal “chi?”e“cosa?”  al “perché?”.  E chissà che non fosse dovuto anche all’ormai dirompente movimento femminista di quegli anni, che irrompeva imponendo nuovi paradigmi, linguaggi, punti di vista.

Sono passati quarant’anni dal 1977, e benché storicamente rimosso, in quell’anno di sparatorie e uccisioni da parte dei terroristi “rossi”, fu proprio il Movimento del ’77 ad essere il vero argine, il punto di contatto tra il desiderio e il sogno, che segnò un territorio dell’immaginario da attraversare al di fuori e contro le logiche della guerra armata alle istituzioni, e che spostò il cuore e la riflessione culturale sui desideri e bisogni, sulla creatività e il “rifiuto del lavoro”, in una società come la nostra che, del lavoro, aveva fatto un elemento cardine al punto di metterlo nell’articolo 1 della nostra Costituzione…

Sono passati invece 25 anni da Twin Peaks (e quasi 30 da Sentieri selvaggi, ma questa…è un’altra storia), che nella seconda metà del decennio più odioso e decisivo del XX secolo, apriva squarci su un mondo che non era più così semplice e chiaro, ma appariva sempre più complesso, inquietante ma anche maledettamente intrigante. Da lì a poco la divisione in blocchi del mondo sarebbe finita, la Guerra Fredda divenuta un soggetto da libro di Storia, e il confine tra il bene e il male sarebbe definitivamente ricacciato dentro quelle dinamiche mostruose dell’universo famiglia che già il ’68 aveva fatto esplodere.

Il cinema diviene un contenitore di frammenti culturali pop rimescolati, i generi, i linguaggi, tutte le codificazioni che si erano costruite nei decenni precedenti esplodono in un minestrone culturale che produce, letteralmente, dei “mostri”, se per mostri intendiamo dei novelli Frankenstein come forse sono quelli che oggi vengono definiti “generazione millenium”, ovvero coloro che non hanno mai vissuto il “classico”, il mondo senza “connessione”, l’era precedente al remix e al mescolamento culturale (dei generi dei sessi delle culture delle politiche ecc..).

E oggi che il mondo è in mano a questi strani soggetti  (pensate a quanti politici e imprenditori di questi anni, persino noi di Sentieri ci siamo affidati a uno di questi personaggi…), ecco che un “magnifico settantenne” ritorna (dal futuro?) per rimettere in discussione le eventuali certezze accumulate in questi anni disordinati. Tutto sembrava già previsto da quella frase premonitrice (che poi “riapre” Twin Peaks”) “ci rivedremo tra 25 anni”, e tutto il magnifico ordigno esplosivo dell’immaginario di Lynch sembra raccontarci di cosa siamo diventati in questi tre decenni.  Folli. Forse. Sicuramente abbiamo perso il senso di unicità dell’individuo, ed è come se il cinema (e la tv) di oggi avesse bisogno di guardare indietro (le macerie del passato?) per capire dove stiamo andando…  Studiamo i mostri per capire perché lo fanno, questo si pongono i due detective Fincheriani del 1977 di Mindhunter. “Cosa abbiamo in comune, cosa ci unisce? Cosa ci tiene svegli per tutta la notte?” . Di nuovo ritorna il cinema di quegli anni, Manhunter, Il silenzio degli innocenti. Capire il punto di vista del folle per capirlo e anticiparne le mosse. Ma a forza di pensare come il folle, non si rischia di diventarlo, folle? E che cos’è la follia, oggi? Di nuovo torniamo al 1977, che aveva scelto come “maître à penser” proprio quel Michel Foucault che sulla follia aveva dedicato i suoi primi studi per poi dedicarsi alla sessualità, e a come questa si incrocia con il potere (e in quegli anni RainerWernerFassbinder raccontava le stesse storie con i suoi film…).

Ecco, la microfisica del potere, dove il potere “non è qualcosa che si divide tra coloro che lo possiedono o coloro che lo detengono esclusivamente e coloro che non lo hanno o lo subiscono. Il potere deve essere analizzato come qualcosa che circola, o meglio come qualcosa che funziona solo a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funziona, si esercita attraverso un’organizzazione reticolare“(da Microfisica del potere).

La filosofia di Foucault parte dalle cliniche dove rinchiudevano i “folli”, passa per le prigioni e la pena, e si immerge definitivamente sulla sessualità, dove si innescano i meccanismi del potere “Tra un punto e l’altro del corpo sociale, tra un uomo e una donna, all’interno di una famiglia, tra un maestro e il suo allievo, tra chi sa e chi non sa passano dei rapporti di potere che non sono la proiezione pura e semplice del grande potere sovrano che sta al di sopra degli individui. Ma sono il terreno, mobile e nello stesso tempo concretissimo, su cui il potere si àncora. Sono le condizioni che permettono al potere di funzionare. La famiglia, per esempio, anche ai nostri giorni, non è un riflesso, un prolungamento del potere dello Stato? Non rappresenta lo Stato nei confronti dei figli, così come il maschio rappresenta lo Stato nei confronti della donna? Perché lo Stato funzioni come funziona, bisogna che esistano tra uomo e donna, o tra adulto e bambino, dei rapporti di dominio assolutamente specifico.” (da intervista a Foucault )

 

Divagazioni, eppure, quanto queste parole sembrano profetiche o meglio sembrano raccontare le derive di Hollywood Babilona 2.0 di questi giorni post #WinsteinGate?

 

Andare alla ricerca del passato per capire il presente è un viaggio psicanalitico che il sequel sembra aver come introiettato. Ma questo viaggio, che può essere indietro  o in avanti (come premonizzava Zemeckis in Ritorno al futuro), sembra riportarci sempre di fronte a degli snodi spazio/temporali , che costituiscono dei ponti, dei punti interrogativi del nostro essere (cambiati) definitivamente.  Ed ecco che, come negli anni Ottanta, ma con uno sguardo più nostalgico e, forse, funereo, torna la centralità del corpo.  Che si sdoppia (l’agente Cooper e le sue diverse emanazioni), anche attraverso la coppia di “true” detective di Mindhunter, o verso un replicante che, improvvisamente, crede di non essere più tale e si muove alla ricerca del padre.

E alla fine vediamo che i corpi, i nostri corpi, che ci sembrano sempre gli stessi, sono inevitabilmente cambiati. Non siamo più gli stessi.  Gli anni, le rughe, le forme dei nostri corpi seguono le derive del tempo, ma questo tempo ci appare come un continuo dejavu, un ritorno a quegli anni in cui vedevamo il vecchio mondo finire (Gorbaciov che sostituisce la nomenclatura, le nuove star della musica pop, i registi della New Hollywood che “uccidevano i padri” e si impossessavano, per un attimo, della macchina dei sogni).

Alla fine, forse, un giorno scopriremo che quegli “orribili anni ottanta” , non lo erano poi così tanto, ma ci annunciavano solo, profeticamente, come saremmo diventati.

E forse l’urlo finale di Laura Palmer è questa presa di coscienza di un tempo che ci ha ormai segnati per sempre….