Incarnate – Non potrai nasconderti, di Brad Peyton

Finito di girare nel 2013, apparso in sala solo agli inizi di dicembre 2016 negli USA, e finalmente ora anche in Italia, Incarnate certo non si presenta con le migliori credenziali al cospetto e al confronto con il cinema horror ed in particolare con la pietra miliare del genere, L’esorcista e tutti i suoi affiliati. Se passano tanti anni prima di vedere la “luce”, qualcosa potrebbe puzzare e non solo di incenso… Effetti speciali deficitari, sceneggiatura apparentemente disordinata, personaggi debolmente empatici, tutto questo non sembra dare scampo all’ennesimo prodotto low-budget, targato Blumhouse. Sì, proprio così, c’è Jason Blum, al comando dell’operazione, il produttore di Paranormal Activity, Insidious, Sinister, La notte del giudizio, The Visit, tutte opere in cui si riconosce il marchio di fabbrica. Ecco, al di là della realtà dei fatti, c’è anche la “realtà nascosta”, quella che facciamo più fatica a riconoscere. Jason Blum proprio attraverso questa dimensione speciale, ha inseguito la sua politica di genere, che lo rende tra i più interessanti e innovativi ricercatori del settore. Se nella realtà condivisa si possono riconoscere e condividere i difetti di fabbrica del prodotto, allo stesso momento, certo non si dovrebbero ignorare e sottovalutare le realtà celate, gli “universi bolla”. Il dottor Seth Ember (Aaron Eckhart) è un “incarnato” e come tale ha la rara capacità di scavare nelle menti delle persone possedute per esorcizzarle. Quando il Vaticano lo arruola per lo spinoso caso di un ragazzo particolarmente tormentato, Ember è scioccato dallo scoprire che nel giovane alberga lo stesso spirito maligno che anni prima ha provocato la morte di sua moglie e di suo figlio. Con la vita del ragazzo nelle sue mani e la sua redenzione in gioco, Ember cercherà un modo per distruggere il demone prima che questi possa ucciderlo e scatenare il terrore nel mondo.

incarnate_01Ember non solo scava, ma ci entra in questo mondo parallelo, costruito dal “parassita”, come lo chiama lui, perché non vuol sentir parlare di demonio. È un mondo fittizio, ammaliante, gratificante, perfetto, irreale per tutti, tranne per chi lo vive da protagonista. Ember deve convincere ogni volta i suoi pazienti di tornare indietro, rinnegare il presente, saltare da una finestra, nel vuoto, azione che richiede un atto di coraggio, di “fede”. Chiarire l’incarnazione, l’esistenza nella carne, l’essere-carne, questo è anche lo scopo di Incarnate. La carne non è il corpo. La carne infatti che provando, soffrendo, subendo e sopportando se stessa, godendo di sé secondo impressioni sempre nuove, è capace di sentire il corpo che è esterno ad essa, di toccarlo come pure di essere toccata. In definitiva è solo la carne che ci permette di conoscere il corpo. Ma la chiarificazione della carne incrocia necessariamente l’affermazione del Prologo del Vangelo di Giovanni: “E il Verbo s’è fatto carne”. Tesi inverosimile, sulla quale tuttavia si gioca l’apostasia di Ember. Essa afferma a un tempo che la carne di identità nascoste è simile alla nostra, che l’uomo “è carne”. Ma che cosa dev’essere la carne per essere rivelazione? E che cosa dev’essere la rivelazione per compiersi come carne? Questo piccolo film, in realtà, attraverso un regista, Brad Peyton, alla sua prima esperienza horror, si apre ad un’analisi della nostra condizione incarnata, toccando temi diversi e implicati quali la corporeità, la possibilità, l’angoscia, la rivelazione e la salvezza, e lo fa non rinnegando i canoni stilistici consolidati del genere, ma trovando la forza di mostrare che non occupiamo un ruolo centrale nemmeno all’interno di noi stessi.

 

Titolo originale: Incarnate
Regia: Brad Peyton
Interpreti: Aaron Eckhart, Carice van Houten, Catalina Sandino Moreno, David Mazouz, Keir O’Donnell, Matt Nable, Emily Jackson
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 91’
Origine: USA, 2016