inizioPartita. La vendetta di Parker

Nei giorni scorsi la stampa internazionale ha dato ampio risalto alle affermazioni di Sean Parker, inventore di Napster, cofondatore di Plaxo e Causes, membro del team di sviluppo iniziale di Facebook (…nonché presidente dello stesso per un breve periodo, prima di essere sbattuto fuori dai legali di Mark Zuckerberg) e attualmente membro del board esecutivo di Spotify. Si tratta di un’intervista rilasciata ad Axios.com (eccola).

Il vulcanico ed istrionico ex-developer si è pubblicamente rammaricato di essersi adeguato in passato a scelte piuttosto discutibili sul piano etico in relazione alle mosse imprenditoriali legate alle strategie di affermazione dei social-network, ed ha affermato di considerarsi ora una specie di “obiettore di coscienza” soprattutto sulla questione social-media.

Secondo Parker, Facebook, come anche molti altri social-network, è stato pensato per far breccia nelle abitudini delle persone, in special modo approfittando di alcune “vulnerabilità della psicologia umana“, una specie di “hacking psicologico” che, alla fine, risulta capace di instaurare un meccanismo di feed-back automatico che crea dipendenza, quasi come una droga.

Tale meccanismo può essere semplicemente descritto come una “incentivazione” della ricerca personale dell’approvazione sociale. Un “like” su di una foto o su di un post si trasformano nella mente del singolo utente in uno stimolo, un incentivo, a ricercarne di ulteriori. E questo porta lo stesso utente a produrre più contributi, che danno più interazioni e commenti, in una continua e spasmodica ricerca di approvazione da parte degli altri, quest’ultimo un fattore psicologicamente appagante (…una specie di “dopamina” per il cervello). Chi si affilia ad un social network viene spinto quindi dalle meccaniche ideate ed imposte dai suoi sviluppatori in un “loop” cui difficilmente potrà sottrarsi.

Di più, chi ha ideato i social-network ha deciso di sfruttare a proprio vantaggio questa debolezza psicologica umana in piena coscienza delle proprie azioni, sapendo cioè di “ingannare” in maniera scientifica l’utenza, cosa eticamente difficilmente giustificabile.

E, in effetti, Sean Parker ha concluso laconicamente le proprie esternazioni affermando che “I creatori, gli inventori, come me, Mark, Kevin Systrom di Instagram, lo capivamo perfettamente. Ma l’abbiamo fatto lo stesso.“.

E probabilmente lui lo capiva anche meglio di altri, vista la sua nota storia di “saltuario” dipendente da cocaina (…eh si: genio, in questo caso, fa davvero paio con sregolatezza, come raccontato da Social Network di Fincher, in cui Parker era interpretato da Justin Timberlake).

In realtà, l’ammissione di Parker arriva dopo anni di dinieghi suoi e dei suoi “colleghi”, dei loro entourage, dei loro studi di avvocati e degli studi scientifici che sostenevano i social-network.

Ora, invece, arriva a apparentemente perfino a chiedersi “Dio solo sa che cosa sta facendo al cervello dei nostri figli“.

Non è che non ci si fosse mai accorti della pericolosità del meccanismo implicito nei social-network, e delle sue possibili derive. Ma finalmente si è giunti all’ammissione, da parte di un “osservatore privilegiato”, della volontà originaria di sfruttarne il meccanismo in grado di trasformarlo in una macchina da soldi (…a palate, aggiungiamo).

L’intento di Parker nel fare queste ammissioni è probabilmente duplice: da una parte desidera rifarsi una certa “verginità” mediatica e migliorare la percezione della propria immagine pubblica, visto che ora dirige un istituto scientifico con una certa valenza sociale (il Parker Institute for Cancer Immunotherapy), mentre dall’altra non intende risparmiare stoccate vendicative al suo ex-collaboratore, Zuckerberg, che lo ha estromesso a suo tempo dalla direzione di Facebook.

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