Io confesso, di Alfred Hitchcock

A.H. … per quel che riguarda Io confesso, noi cattolici sappiamo che un prete non può rivelare un segreto ricevuto in confessione, ma i protestanti, gli atei, gli agnostici pensano: «È ridicolo tacere; nessun uomo sacrificherebbe la propia vita per una cosa simile».
F.T. È dunque un errore nella concezione del film?
A.H. In effetti, non bisognava girarlo
da François Truffaut, “Il cinema secondo Hitchcock”

Tutto deve incastrare perché padre Logan sia incastrato da Otto, tedesco senza terra dopo la guerra e sagrestano tutto fare della chiesa di S. Maria delle Grazie, da qualche parte di una città del Canada. È stato ucciso un avvocato non tanto per bene, un ricattatore, anche ricco che ricattava Padre Logan perché continuava a coltivare un’amicizia con Ruth (Anne Baxter) un vecchio amore, ma oggi lei è sposata. Ma l’avvocato Villette è stato ucciso da Otto per i soldi di cui l’assassino aveva bisogno, lo sappiamo da subito. Quello che non sappiamo è se padre Logan, che conosce l’autore dell’omicidio per averlo sentito in confessione e che sarà accusato dell’omicidio, legato com’è al segreto del sacramento, ce la farà a dimostrare la sua innocenza.
Un congegno quasi perfetto, ma una variabile incontrollata inceppa il meccanismo facendone saltare gli ingranaggi. Hitchcock tiene ancora una volta il suo pubblico nell’attesa, nella suspance e il film, in cui tutto il racconto sembra un lungo prologo, troverà una soluzione e una improvvisa accelerazione negli ultimi cinque minuti.
Era però lo stesso regista inglese a sostenere che il suo era un film troppo serio, dove aveva utilizzato poca ironia, quella che invece era servita a fare grandi film come Psycho o La finestra sul cortile.
Il problema forse, ha ragione il regista, è che Io confesso affronta temi religiosi o comunque questi ne condizionano lo svolgimento, ma è anche vero che il meccanismo, che comunque funziona, si attiva proprio attorno alla inviolabilità del sacramento della confessione. È una questione prettamente cattolica e questo è forse il vulnus del film e ancora una volta Hitchcock aveva colto il senso del parziale insuccesso del suo lavoro. I non cattolici, i protestanti, i laici e gli agnostici non possono comprendere il fatto che il protagonista, il prete, non possa salvarsi riferendo alla polizia il nome dell’assassino. D’altra parte è proprio sull’inviolabilità del segreto della confessione e sul tabù dei sentimenti d’amore terreno nutriti da un prete che Io confesso si fonda e se questi due pilastri che reggono la storia non raggiungono il pubblico, il film perde il suo interesse.
Hitchcock, ancora una volta come in Il ladro, Intrigo internazionale, Delitto per delitto, L’uomo che sapeva troppo, trova una variabile al gioco dello scambio di persone e padre Logan è vittima di questa rete che tra religione e morale gli si tende attorno. Un vero antieroe immobilizzato in una situazione senza via d’uscita, accusato ingiustamente di omicidio e salvo dalla giustizia per una quanto mai opportuna insufficienza di prove, ma mai salvo dall’opinione comune che lo vorrebbe condannato e lo considera colpevole anche dopo l’assoluzione. Ma Logan ha dalla sua l’astuzia dell’investigatore e supererà la prova forse più complicata della sua vita.
Il film è dominato, forse letteralmente oppresso, dall’incombere delle leggi morali sottolineate dall’imponenza visiva delle chiese e questo fin dall’incipit quando padre Logan alla finestra vede entrare a tarda sera qualcuno in chiesa – era Otto che aveva appena ucciso l’avvocato Villette – è oppresso dalla sagoma scura e incombente della cupola della chiesa che si riflette alle sue spalle.
Io confesso diventa quindi per una parte un film che vive di una sua simbologia evidente e anche l’immobilità psicologica di Logan è segnata dal suo incessante incedere durante tutto il film, sembra fare chilometri Logan che non riesce a stare fermo. Truffaut faceva notare che questo è il segno di una rettitudine morale e del ruolo che ha il sacerdote, ma appare anche come l’antitesi a quella inerzia psicologica che gli impedisce di parlare e raccontare e il movimento fisico si trasforma in fattore che favorisce l’equilibrio tra impedimento psicologico e reazione fisica. Tra l’altro il tema dell’equilibrio e quindi con un rimando esplicito alla bilancia della giustizia, Hitchocock lo propone con il personaggio del Procuratore che per ben due volte (le forchette incrociate sul bicchiere e il bicchiere in equilibrio sulla sua fronte) sintetizza con gesti simbolici questa ricerca di stabilità al tendersi di due forze uguali e contrarie che si contrappongono. Anche dal punto di vista della stretta messa in scena Io confesso si presenta di una ricchezza visiva non comune, con una ricerca formale non indifferente, nei montaggi alternati, nei simbolici movimenti di macchina. Il cinema di Hitchocock non è quello di Bresson la dove il tormento si fa espiazione del peccato, per l’autore inglese il cinema resta uno spettacolo, un’invenzione fantastica ed è in funzione di questo scopo che la messa in scena deve avere come obiettivo quello della spettacolarità. Io confesso non tradisce questi principi, pur nella denunciata seriosità dei temi, pur nel riflesso di un volto scuro e sempre uguale di Montgomery Clift.
Il cinema del regista inglese è fatto di racconti, come si dice, polizieschi, di indagini e colpevoli, di innocenti e di paure, di omicidi e di processi, Hitchcock attraverso questi eventi così straordinari, ma del tutto credibili, scandaglia l’animo umano, mette alla prova i suoi personaggi, ci obbliga a prendere le parti, ci induce alla partecipazione, ci fa diventare protagonisti dello spettacolo.

Titolo originale: : I confess
Regia: Alfred Hitchcock
Interpreti: Montgomery Clift, Anne Baxter, Karl Malden

Durata: 95’

Origine: Usa 1953
Genere: noir