Io sono Tempesta, di Daniele Luchetti

Ho visto un Re. Come il brano sui titoli di testa di Enzo Jannacci. L’immagine della gigantografia di Tempesta alle spalle. Dove una maiuscola prova di Marco Giallini crea evidenti disequilibri, nelle forme grottesche che appaiono un omaggio alla commedia all’italiana nella deformazione dei caratteri. Nella Roma fotografata da Bigazzi, cuore notturno pulsante di vagabondaggi, di spostamenti collettivi. Dove l’immagine appare invece più sbiadita in Kazakistan. Che guarda forse verso Scola (Riusciranno i nostri eroi…), altro segno di un film sbilanciato, dove il cinema di Luchetti guarda ancora l’Italia. Tra la corruzione politica e Tangentopoli. Tra Il portaborse e Arriva la bufera.

Numa Tempesta è un finanziere che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro. Vive in un hotel enorme. Da solo. I suoi inviti a cena cadono spesso nel vuoto. Fino a quando deve scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza a causa di una vecchia condanna per evasione fiscale. E così Numa si deve mettere a disposizione dei senzatetto. Tra questi c’è anche Bruno (Elio Germano), un uomo che frequenta il posto con il figlio in seguito a un tracollo economico.

Si, dietro Numa c’è Berlusconi. Con un po’ di Ricucci. Solo una coincidenza con l’imminente Loro. Eppure le scene che si svolgono nell’hotel, sia con Numa da solo, sia in compagniia delle ‘radiose’ (le tre ragazze che frequenta, Radiosa, Klea e Mimosa) o dei senzatetto nella sua piscina hanno qualcosa che, ovviamente inconsapevolmente, sembra arrivare dal cinema di Sorrentino. Dove le stanze sembrano enormi, infinite. E i luoghi truccati. Ancora, forse, sotto il segno di Bigazzi.

Si, c’è un grande sogno. e anche un’utopia. In un cinema infarcito non solo di commedia (all’) italiana, ma anche tracce di realismo poetico francese nell’immagine dei senzatetto. E con la struttura da operetta da John Landis, soprattutto nel cambio di ruoli, con i protagonisti del centro di accoglienza che cambiano d’abito per essere dei prestanomi, quasi riciclaggio di Una poltrona per due.

Il tono è sovraccarico. Come in un film dentro cui ci sono troppe cose. Con solo tracce intermittenti di quell’impeto che aveva attraversato Mio fratello è figlio unico e soprattutto La nostra vita. Dopo quel film, il cineasta ritrova Elio Germano che in quell’occasione aveva vinto la Palma come miglior attore a Cannes, ex-aequo con Javier Bardem.

Un cinema con più sguardi. Interessante quello periferico del figlio di Bruno, che alla fine però non si libera da quella scrittura articolata, di ferro, della sceneggiatura scritta dallo stesso regista con Sandro Petraglia e Giulia Calenda. Dove, soprattutto nel personaggio interpretato da Germano, s avverte il peso della scrittura delle battute. E non si libera, nella contagiosa rabbia di Anima fragile di Vasco Rossi in La nostra vita.

Può un film ispirato risultare non riuscito, anche se pieno di intuizioni felici? Forse è questa la domanda più ricorrente davanti Io sono Tempesta. La risposta è ancora difficile da dare. Perché questo non è un film d’impatto. Gli spunti sono tanti. Probabilmente troppi. E le reazioni non possono essere immediate. Vanno metabolizzate. È un buono o un cattivo segno?

 

 

Regia: Daniele Luchetti

Interpreti: Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco, Jo Sung, Francesco Gheghi, Carlo Bigini

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 97′

Origine: Italia 2018