ISVN – Io sono Valentina Nappi, di Monica Stambrini

La prima cosa che vediamo in ISVN – Io sono Valentina Nappi è lo schermo di uno smartphone aperto sul profilo social della pornostar. Una pagina ufficiale. La sua immagine pubblica. Poi scopriamo che è lei stessa a navigare in rete. Come se la regista Monica Stambrini volesse subito mettere in chiaro che Valentina non è il suo lavoro, ma ne ha comunque il pieno controllo. Una scena che è già di per sé una poetica. Il progetto nasce dal desiderio di affermare il diritto alla libertà sessuale femminile attraverso una figura ancora stereotipata come quella dell’attore pornografico.

Il soggetto è semplice: seguire la Nappi che in trasferta a Roma riceve ospitalità per la notte nel laboratorio dell’artista Corrado Sassi, dove viene raggiunta dall’amico Lorenzo Branca con il quale chiacchiera, scherza e fa sesso. All’inizio, ancora sul taxi, riceve una telefonata dal fidanzato Giovanni Lagnese il quale è a conoscenza della situazione e la vive con la serenità di chi sa di essere amato. I due si scambiano teneri nomignoli, si raccontano i dettagli della giornata, come nella più normale delle telefonate di coppia. Eppure Valentina non può essere una ragazza normale. È come se avesse rinunciato alla sua individualità. Ce lo dimostra la canzone dedicatale da Bello Figo e montata sui titoli di testa che la accompagnano mentre di spalle si inoltra nella notte romana.

L’obiettivo si sofferma sull’attesa del piacere, quello della compagnia ma soprattutto quello sessuale. Potrebbe essere una sera qualunque della sua vita quando va curiosando fra gli oggetti, mette un disco con non poche difficoltà, cambia l’assorbente e si lava i denti. Senza censure, senza riserve. La macchina da presa è sempre con lei. Persino quando rimette gli stivaletti per entrare nel bagno perché le condizioni del pavimento la disturbano. L’attenzione per l’ordine e la pulizia è una delle cose che Stambrini voleva che venissero fuori, incoraggiate o suggerite, ma mai forzate. La regista non interviene mai. Eppure è presente. Più tardi la vedremo addirittura riflessa in uno specchio, pronta a ricordarci che stiamo guardando due persone in un momento di intimità vera.

Se in effetti è stata preparata una scenografia, le luci presenti nella stanza vengono riadattate a necessità, e l’atto sessuale viene mostrato spesso in posizioni a favore di camera come richiede la tecnica pornografica, allora il realismo non sta nella messa in scena. Piuttosto nell’idea di ricostruire consapevolmente qualcosa che è già accaduto e che accadrà di nuovo fuori dalla finzione filmica. Il “buona la prima” e le idee della protagonista (fra tutte, quella di far mangiare Lorenzo in ripresa per poter introdurre un discorso su cibo e sessualità) fanno solo parte del gioco di compromesso. La narrazione c’è ed è molto evidente, quanto è preciso il ritmo sostenuto da montaggio e musiche. Il risultato finale è una tappa importante di un percorso cominciato da Monica Stambrini con Le Ragazze del Porno e già portata avanti con il cortometraggio Queen Kong (1916), la prima di molte collaborazioni con Valentina Nappi. Almeno questo è ciò che si augura la regista. E anche noi.