Jack Reacher – Punto di non ritorno, di Edward Zwick

Nell’ormai sterminata galassia cinematografica targata Tom Cruise ogni film sembra sempre più un singolo tassello del perfetto puzzle che sta pian piano costruendo un mondo, un universo parallelo, regolato solo dai codici immaginari del cinema hollywoodiano. Ecco allora tornare Jack Reacher con la sua seconda avventura sul grande schermo (tratta in realtà dal diciottesimo libro della serie ideata da Lee Child), tirato in ballo questa volta dai suoi ex colleghi della 110ª unità di polizia militare per la misteriosa sparizione del maggiore Susan Turner (un’efficace Cobie Smulders) indiziata di spionaggio. Reacher si ritrova per l’ennesima volta in un punto di non ritorno: braccato da uno spietato killer e in fuga insieme alla sua collega e a una ragazzina che potrebbe essere addirittura sua figlia. Lo spunto per un action movie vecchia maniera è servito alla perfezione e l’intento si persegue con convinzione. Ma ora domandiamoci: chi è Jack nell’universo di Cruise? Reacher è un uomo dal difficile e misterioso passato, un “senza fissa dimora” che vaga solitario per l’America (quasi come i vecchi hobo autostoppisti degli anni ’30 tanto amati dal cinema classico) e spesso trova l’avventura suo malgrado affrontandola con pochissime parole e con tante scazzottate. Cruise sfoggia per Jack una recitazione cupa e monolitica, apparendo in questo personaggio più debitore di Clint Eastwood e meno dell’amato Paul Newman, trovando anche inaspettati attimi di intensa e tenera tensione “paterna” che spezza il ritmo dell’azione travolgente.

tomEcco: se da un lato Cruise ha trovato in Ethan Hunt l’apice teorico di un cinema che va sempre più incontro all’ipermediazione del nuovo millennio, da un altro lato ha evidentemente bisogno di un corpo analogico che lo riporti alle origini dell’action movie anni ’80/’90. E se Christopher McQuarrie è stato il trait d’union tra le due saghe, il regista-sceneggiatore che ha reso un po’ più Reacher l’ultimo Ethan Hunt (in Mission: Impossible – Rouge Nation), e che aveva reso un po’ più Hunt il primo Jack Reacher (in La prova decisiva), ecco che con la scelta di affidare la regia al vecchio sodale Zwick – e soprattutto imbarcando alla sceneggiatura Richard Wenk (I mercenari 2, The Equalizer) – in questo secondo episodio le carte si scoprono del tutto. Jack è l’immagine speculare e contraria di Ethan, il suo gemello che ne rovescia i codici e li riporta all’old school cinematografica. Un personaggio che affonda le radici in decenni di cinema americano (dagli echi del noir classico a tutti i giustizieri della notte anni ’70) e che a differenza di Jason Bourne (e persino dell’ultimo James Bond targato Daniel Craig) viene concepito in un meccanismo narrativo e registico Jack Reacher: Never Go Backincredibilmente e consapevolmente retrò. Reacher odia gli smarthfone e usa a stento i cellulari, prende solo i bus per muoversi e mangia solo nei diner, infine è segnato nel profondo dal suo passato ri-messo in scena in flashback improvvisi come fossimo nel 1996 de Il coraggio della verità dello stesso Zwick.

Insomma, questo secondo capitolo centra perfettamente il suo obiettivo: intrattenere (e bene) come si faceva una volta. Cruise si conferma il più lucido attore/produttore della Hollywood anni ’00, portando avanti un discorso “autoriale” sulla sua icona di star old fashion rimediata nell’era delle nuove piattaforme mediali. Dissolvendo pian piano il tempo (Edge of Tomorrow – Senza domani) e lo spazio (Oblivion), in un corpo che alluda costantemente al cinema sia nei panni di un clone indistruttibile (Ethan Hunt) sia in quelli di una reliquia ferita da far sopravvivere (Jack Reacher). Non ci resta che aspettare il prossimo capitolo di quest’affascinante romanzo hollywoodiano targato Tom Cruise.

 

Titolo originale: Jack Reacher: Never Go Back
Regia: Edward Zwick
Interpreti: Tom Cruise, Cobie Smulders, Aldis Hodge, Patrick Heusinger, Danika Yarosh
Distribuzione: Universal
Durata: 118′
Orgine: USA, 2016