James McAvoy e M. Night Shyamalan presentano SPLIT

M Night Shyamalan torna in Italia poco tempo dopo il suo incontro romano per presentare Split, il suo nuovo thriller incentrato sul rapimento di tre adolescenti da parte di un misterioso personaggio che nasconde in sé ben 23 personalità differenti.
Stavolta il cineasta è a Milano, supportato dai protagonisti James McAvoy e Anya Taylor-Joy. E da serio professionista quale è il regista ha potuto spiegare le idee riguardo la propria tecnica in modo chiaro ed esaustivo. Ma dall’incontro è risaltata soprattutto la fierezza delle posizioni di un autore che si pone fuori dagli schemi del marketing di Hollywood.
Shyamalan è sia sceneggiatore che regista dei suoi film e difende a spada tratta una sua autonomia, questo lo porta a lavorare con collaboratori che devono sposare questa particolare idea di cinema come il suo produttore Jason Blum, definito “a real champion for original scripts and unusual stories”. Tale forza è stata confermata anche da McAvoy che ha spiegato come sia stato per lui possibile accettare la sfida di interpretare tutte le figure nascoste nel personaggio protagonista grazie proprio alla sicurezza del regista, abile ad aiutarlo anche a trovare caratterizzazioni fisiche differenti personalità per personalità. Il lavoro con gli attori è per il regista fondamentale e, dopo aver lodato la capacità della Taylor-Joy – “she is crafted” - di aprire le proprie emozioni al progetto senza forse essere totalmente consapevole, ma affidandosi completamente al regista, Shyamalan ha anche espresso il suo forte interesse per le serie tv, dato che danno l’opportunità di lavorare alla drammatizzazione dei personaggi in modo più profondo.
Divertente a questo punto il momento in cui ha raccomandato di riguardare Cinque Pezzi Facili con Nicholson per la sua capacità di cambiare all’interno di una struttura corta.

Riguardo il suo lavoro di sceneggiatura il regista ha detto che intanto è sempre interessante mettere i personaggi dentro una stanza e vedere le loro personalità, sia univocamente che in relazione. Questo potrebbe forse etichettarlo come claustrofiliaco ma si tratta sempre di lavoro come storyteller e di onestà. Lo stesso motivo porta Shyamalan a distaccarsi come padre dal suo testo nel momento in cui si dice interessato a descrivere il dolore più acuto che si possa soffrire cioè la perdita del proprio figlio. In quanto autore egli sente il dovere di indagare queste paure.
Un modo di spaventare che McAvoy ha definito interessante perché implicito, abile cioè a creare tensione senza cadere nell’horror o nel gore degli effetti. Il regista ha parlato del twist in sceneggiatura non tanto come twist di struttura quanto di momento in cui si veicolano nuovi livelli di informazione del personaggio in modo tale che la nostra concezione di esso possa cambiare. Si è detto comunque sempre interessato a creare qualcosa di unico sia per il feeling da trasmettere allo spettatore che come storia in sè.

Una domanda su Lady in the Water ha permesso di difendere il film definito dal regista “my less seen” dato che è la sua opera più personale e che comunque si è creata “a small religion of fans” che lo rivedono abitudinariamente. Questo ha portato Shyamalan ha dire che tutti i suoi lavori non vogliono stare dentro i generi ma sopra di essi per poter usarne le strutture convogliando la sua storia.

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