"Jumper" di Doug Liman

JumperNew York, Londra, Roma, le piramidi in Egitto, le isole Fiji, Tokyo, la Cecenia, distanze enormi coperte con un salto, un jump che fondamentalmente coincide con un “semplice” stacco di montaggio. Non è un caso che dietro l’operazione Jumper, ispirata a un racconto di fantascienza di  Steven Gould , vi sia Doug Liman, il regista del primo film della trilogia di Jason Bourne. La trama è piuttosto semplice. David (Hayden Christensen) è un adolescente taciturno e un po’ sfigato, abbandonato in tenera età dalla madre e cresciuto da un padre violento e astioso. Un giorno, per caso, il ragazzino scopre di avere un potere fenomenale, quello di teletrasportarsi nei luoghi di cui ha memoria o di cui ha una minima percezione visiva. Il dono divino dell’ubiquità viene sfruttato nella maniera più egoistica possibile. Un bel salto ed eccoci nel caveau di un banca, soldi a palate con il minimo sforzo, un altro piccolo salto e siamo a Londra a far la corte a una bionda, poi hop e siamo con il surf tra le onde delle isole Fiji.  Ma non tutto può essere così semplice. David non è l’unico jumper esistente. E’ una “razza” che esiste da secoli, e contro di essa combatte una setta di paladini guidati dallo spietato Roland (Samuel l. Jackson dalla chioma canuta), fanatico giustizieri votato allo sterminio di chi ha la presunzione di mettersi al pari di dio. A complicare il tutto c’è la storia d’amore tra David e Millie (Rachel Bilson) sua vecchia fiamma dai tempi del liceo…Il personaggio di David è quanto di più lontano possa esistere dai supereroi con i superproblemi della Marvel. E’ un giovanissimo Peter Parker ancora inconsapevole della responsabilità delle sue immense capacità, un ragazzino che sfrutta le sue doti per condurre la migliore delle vite possibili. Anche quando arriva allo scontro, lo fa per motivazioni strettamente personali e nessuna tragedia familiare sembra restituirgli una statura davvero “umana”. Anche la scoperta, lacerante in teoria, della reale identità della madre sembra una trovata scontata che apre la strada a un sequel quasi certo. Ma il vero obiettivo di Liman non è certo toccare le corde più intime della storia né approfondire i labili echi di una critica politica della contemporaneità. Semmai l’intento è quello di continuare a ragionare sul ripensamento della percezione dello spazio nella contemporaneità. Al pari di M:I3, di The Bourne Ultimatum di Greengrass, Jumper prova “a ridisegnare le coordinate geografiche dell’immaginario visivo mondiale”, come giustamente sottolineavano Federico Chiacchiari e Sergio Sozzo a proposito di quei due film. Ma è proprio da questo punto di vista che Liman va incontro al fallimento. Le sue immagini non riescono mai a discostarsi dall’effetto cartolina (quelle centinaia di cartoline che affollano il loft di David), dalla riconoscibilità immediata dei luoghi e finiscono per ridursi al déjà vu da gita turistica. In questo contesto anche il passaggio in Cecenia sembra un volo in business class. Un mondo globale da Touring club, dove ogni spostamento è perfettamente organizzato e dominato e dove i viaggiatori, siano essi jumpers o spettatori, non soffrono mai alcuno spaesamento da jet lag, sempre completamente a loro agio.

 

Titolo originale: Id.

Regia: Doug Liman

Interpreti: Hayden Christensen, Samuel L. Jackson, Jamie Bell, Rachel Bilson, Diane Lane

Distribuzione: 20th Century Fox

Durata: 90’

Origine: USA, 2008