King Arthur, di Guy Ritchie

Dimenticate l’ingenuo scudiero che, la mattina di Natale, si ritrova per caso a estrarre una magica spada dalla roccia, diventando Re di Inghilterra. Guy Ritchie, dopo il poco canonico Sherlock Holmes, affronta il ciclo bretone, trasformando il leggendario Artù Pendragon in un ragazzo, sporco, arrogante e con la battuta sempre pronta. Alle prese con l’epopea fondante della cultura anglosassone, il regista inglese realizza la sua pellicola più ambiziosa, confezionando una sorta di compendio totale della letteratura inglese, schiacciata e rielaborata per rendere questo King Arthur, allo stesso tempo, un’interpretazione inedita e un omaggio sincero a duemila anni di letteratura. La trama del film, infatti, non solo riesce, abbastanza audacemente, a mettere insieme Robin Hood e Shakespeare, Tolkien e l’Esodo biblico (libro diventato anglosassone honoris causa), in un collage che, pur avendo poco a che fare con la vicenda medioevale originale, permette al regista di rendere una pura opera su commissione un film profondamente personale. Pur stravolgendo ogni cosa, per portata intellettuale e/o respiro commerciale, l’interpretazione di Ritchie non è lontana dalle operazioni  dei suoi illustri predecessori. Il regista di The Snatch, infatti (con le dovute differenze), rimane fedele alla propria estetica esasperata come Boorman, confeziona una funzionale “banalizzazione” narrativa come Zucker e abbozza un contesto storico quasi verosimile come Fuqua. Arriva addirittura a non risparmiare gag fisiche e verbali come i Monty Python.

Certo, Ritchie, nel suo viaggio lungo secoli nella storia inglese, dal Basso Medioevo alla Londra del 2000, si conferma autore che non vuole mai uscire dai vicoli e dai pub delle periferie londinesi. Il suo eroe, quindi, non può non essere che un ragazzaccio di strada, tronfio nel suo presentarsi come ” coatto”, sempre pronto a salvare un amico o a partecipare a un affare losco, con guardie da comprare o da truffare (che sia un bobby in divisa o uno sgherro del crudele Re Vortigern poco importa). Perfetta allora è la scelta di Charlie Hunnam che, dopo anni nei panni del capo dei Sons of Anarchy, si ritrova a suo agio con codici d’onore del ghetto e avventure al confine tra illegalità e cavalleria. Artù è cosi il centro fisico di un gioco costruito dai vizi visivi e i soliti trucchi di montaggio, il cuore di un prodotto che, per svecchiarsi, è pronto a rinegoziare il proprio canone (al di là dello stravolgimento dei villain Mordred e Vortigern, a stupire i fan più fedeli sarà la quasi scomparsa della figura del mentore Merlino). I rischi di questa modernizzazione a tutti i costi si ritrovano, però, nelle ferite aperte di un flusso narrativo confuso in più parti, soprattutto nella rappresentazione di un terribile nemico, lo splendido Jude Law (che nell’arringare sprezzante la folla ci ricorda il Pio XIII di Sorrentino), tanto spietato nelle malefatte quanto claudicante nelle motivazioni psicologiche.

L’adesione alla ricetta del perfetto blockbuster, del nuovo franchise, della saga da riesumare, il film più di molti altri epigoni, diventa un efficace giocattolo, l’esempio di un cinema esagerato negli effetti speciali e nell’epica ma mai disposto a prendersi una pausa. A differenza delle altre opere, strette tra il fantasy e il cinecomic, King Arthur ha dalla sua il coraggio di correre senza tregue verso l’obiettivo entertainment, forte del carisma del proprio regista. Ritchie si conferma cosi uno dei pochi autori capace, visivamente e concettualmente, di piegare la sua autoreferenzialità e il suo arrogante linguaggio al bene del film, senza derive intellettualmente ipocrite o comicità stucchevoli.  I suoi esiti saranno sì inflazionati e ripetitivi ma anche profondamente e sinceramente divertenti.

 

Titolo originale: id.
Regia: Guy Ritchie
Interpreti: Charlie Hunnam, Astrid Berges-Frisbey, Eric Bana, Jude Law, Annabelle Wallis, Katie McGrath, Aidan Gillen, Millie Brady, Djimon Hounsou, Poppy Delevingne, Mikael Persbrandt, Peter Ferdinando
Origine: USA, 2017
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 126′

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