Knight of Cups, di Terrence Malick

Da dove partire? Lo sforzo è disperato. Per colpa di Malick, ovvio. Nonostante provi a costruire la traccia di un percorso, una trama, che preveda quindi linee di direzione temporali più o meno identificabili, nonostante i suoi mantra parlino di passato e futuro, di una via da scegliere e perseguire, di risalite dalle tenebre alla luce, nonostante il film stesso sia scandito in capitoli, come a indicare una progressione di lettura, il tempo pare del tutto ininfluente. Con buona pace di Heidegger e delle ispirazioni del maestro Stanley Cavell, Malick sembra aver rinunciato quasi del tutto a questa dimensione. Per lui, ormai, è tutto spazio, una giustapposizione di frammenti che si collegano quasi in maniera automatica e imprevista, senza più motivi di causa ed effetto, senza più l’intenzione di creare durate, crisi, rotture, tensioni (nonostante qualcuno perda ancora il controllo all’interno dell’inquadratura), senza più che la morte abbia ancora la forza di istituire un senso.

cate blanchett christian bale knight of cupsManca il raccordo, si era già detto. Il montaggio, in Malick, davvero non lega nulla: non prevede né regole di contiguità, né regole di continuità. Non c’è nessuna vera necessità per cui un’immagine debba seguire l’altra. Gli unici legami si individuano su una linea di percorso tutta mentale, spirituale al limite: la preghiera over praticamente ininterrotta, una musica, un movimento di macchina. Ma se questa mancanza di raccordi ci sembrava prima l’indice di una rottura, di una ferita ancora aperta, ancora umana, ora assomiglia più a un’indifferenza. Forse a Malick ormai le storie interessano davvero poco, se non come pezzi di un gioco combinatorio o spunti per l’esercizio di un’arte divinatoria, come fossero carte dei tarocchi (il cavaliere di coppe, appunto), fondi di caffè, viscere di animali, formazioni di uccelli in volo. E i suoi film, che sembrano farsi via via più intimi, emotivi, tesi nella ricerca di un cammino interiore di realizzazione e salvezza, paradossalmente si disarticolano dall’ossessione della presenza umana. I corpi, che pure qui in Knight of Cups appaiono pieni, carnali, colmi di desiderio e di angosce, tendono sempre più a mostrarsi come superfici che perdono i contorni, pronte a confondersi tra le cose, tra le somme architetture della natura e della città, forse gli unici elementi davvero concreti perché sottratti agli stretti limiti dell’esistenza umana.

natalie portman christian bale knight of cupsLa narrazione è ridotta ai margini, è un elemento ormai accessorio, piegato sotto il peso di una sovrastruttura intellettuale e poetica ripetitiva. Ecco, se provassimo a buttare giù su carta questa “sceneggiatura mai scritta”, una sorta di lista di dialoghi, riusciremmo davvero a trovare qualche differenza tra Knight of Cups e il precedente To the Wonder? Sì, c’è Rick (Christian Bale), un attore che avverte la vacuità del mondo hollywoodiano in cui galleggia. Ma, al di là della cornice, della superficie contemporanea, il punto vero è sempre sospeso da qualche altra parte, tra il pieno e il vuoto.

Il cinema di Malick può davvero definirsi ormai “di pura ricerca”. Il suo sguardo sfiora le cose senza mai voler farle proprie, per difenderle o abbatterle, condannarle o esaltarle. Attraversa le case, i giardini, i paesaggi senza alcun desiderio di abitarli. Per questo è emotivamente impenetrabile, respingente, a tratti. La macchina da presa si insinua negli spazi tra i personaggi e gli oggetti, ma non si ferma, continua il suo movimento a spirale, fino a impennarsi verso l’alto, come se “perdesse costantemente la bolla”, come se provasse a risalire in cerca d’aria dopo una prolungata apnea. “Il mio regno non è di questo mondo”, sembra suggerire a ogni istante l’occhio di Malick, proteso oltre l’orizzonte, verso quell’aldilà che appare affacciarsi nei bagliori controluce della fotografia “somma” di Lubezki. L’ubiquità, il desiderio di abbracciare in un colpo solo tutti gli spazi possibili, è l’elemento più evidente di questa prospettiva “ultraterrena”. I personaggi attraversano un paesaggio urbano e un istante dopo sono in pieno deserto. Si tuffano in una piscina e, dopo due secondi, si stanno dannando in un parcheggio di una strada qualunque. Tutto è più veloce di un tempo, il girato si accumula tra un film e l’altro e sembra continuamente intercambiabile, manipolabile, come in un gioco autocratico di found footage. “Ora mi giro questa bella scena di deserto e la utilizzo tra tre film”. Ogni cosa è buona per essere ripresa e il mondo intero diventa un set. Quindi il set non esiste… Il cinema non esiste.

christian bale cate blanchett knight of cupsEcco, si ha l’impressione che da un momento all’altro Malick possa davvero rinunciare al cinema, alla fatica delle riprese, al gigantismo della produzione, dei cast stellari, ai corpi, alle cose, alle storie. Perseguire la via di uno sperimentalismo assoluto o dell’arte più astratta, con il digitale che si sgretola fino all’immaterialità indefinita del pixel o l’immagine che si trasforma in un puro rapporto di linee, volumi e suoni. Ma il punto, il paradosso, ciò che rende le sue immagini ancora dannatamente spiazzanti e “belle” è che, pur avendo sempre più bisogno di cielo e aria, di vertigini immateriali, la terra è altrettanto indispensabile. Perché Malick non è un “visionario”, non è uno che fantastica o crea forme dal nulla. La sua ricerca solitaria, benché tutta interiore, benché ostile a stabilire qualsiasi forma di comunicazione diretta, ha urgenza del mondo, di una realtà in cui rintracciare i segni immanenti di una verità ulteriore. Prova a sfiorare l’impalpabile a partire dalla materia viva e concreta. Tenta l’assoluto con le regole precarie del relativo. Giocando con “la sostanza della vita”. Che sia già arrivato al limite della disperazione?

Titolo originale: id.

Regia: Terrence Malick

Interpreti: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman, Joel Kinnaman, Wes Bentley. Imogen Potts, Freida Pinto, Teresa Palmer, Antonio Banderas

Distribuzione: Adler Entertainment

Durata: 118′

Origine: Usa 2015