La lezione del cinema secondo Franco Ferrini

In attesa dell’inizio della sua Masterclass di Sceneggiatura, che si terrà dal 17 marzo al 19 maggio presso la Scuola Sentieri Selvaggi, abbiamo incontrato lo sceneggiatore Franco Ferrini. La storica firma del cinema italiano (La cicala di Alberto Lattuada, Acqua e Sapone di Carlo Verdone, Phenomena di Dario Argento, solo per citarne alcuni lavori…) ci ha raccontato alcuni momenti salienti della sua carriera nel campo della sceneggiatura cinematografica.


Introducendo le linee guida del suo corso, dall’approccio interno al mestiere, si è soffermato sull’importanza del “fattore-pubblico” per uno script cinematografico:
 “Nel mio corso parlo di film americani, italiani e francesi. Questo perché non c’è una predilezione particolare per la scelta delle sceneggiature da analizzare. A volte mi soffermo di più sui film americani perché hanno un preciso rapporto con il pubblico, tengono sempre conto dell’emozione spettatoriale. Per questo, guardando alla mia carriera, sono molto più contento di essere stato lo sceneggiatore di Dario Argento (di cui è stato fedele collaboratore da Opera in poi) che non di un Antonioni, nei cui film si dava meno spazio all’azione e quindi alla struttura del testo. Per il modo di scrivere, sono stato felice di lavorare con Sergio Leone”.

Proprio ricordando la collaborazione con il regista romano, che lo scelse per C’era una volta in America, Ferrini ha raccontato di come Leone fosse insoddisfatto della prima stesura dello script, curata da Norman Mailer. “Per Sergio era importantissimo che il film non fosse contrario al pubblico.  Il modo in cui nel testo di Mailer riaffioravano i ricordi quando Noodles tornava a New York, ricordava molto i film di Alain Resnais. Noodles guidava la macchina, vedeva un cartellone e tac! Partiva il ricordo. C’era qualcosa di allucinatorio e intermittente che a Sergio non piaceva. Così mi disse “Tu hai letto tanti gialli, fatti venire un’idea.

once-upon-a-time-in-americaAll’epoca Ferrini viveva a Piazza Navona, in una piccola casa al piano terra, molto umida:”Mi presi la tonsillite e dovetti restare fermo a letto. Così mi misi a pensare. Cosa piace a Sergio Leone? E pensando al suo cinema ebbi un’illuminazione: i cimiteri! Così inventai la trovata delle tombe, trasformando i ricordi in una detection che fa leva sulla memoria. Questo è il bello di C’era una volta in America: c’è il mistero del film di genere insieme a uno sguardo proustiano sulla memoria. C’era una volta in America è in un certo senso La ricerca del tempo perduto. Lo sceneggiatore Enrico Medioli è un grande esperto di Proust. La famosa battuta di Noodles “Sono andato a letto presto” è ripresa dal quel “Longtemps, Je me suis couché de bonne heure”, che apre ‘Dalla parte di Swann’. Così come la parte finale della sceneggiatura, che riprende le ultime battute del tomo Il tempo ritrovato. Nel film poi si è aggiunto il celebre sorriso di De Niro, del quale, nel mio mémoir C’era una volta il cinema, ho tentato invano di ricostruire la paternità. Probabilmente fu inserito da Sergio, quando il produttore Grimaldi disse che il film era troppo cupo. Resta un meraviglioso sguardo in macchina. Il cinema che incontra il cinema. 


c'era una volta il cinemaFu proprio la sua visione di genere, da appassionato di gialli e noir, a permettergli di unirsi al team di scrittura. Ferrini dà di quel momento un ricordo vivido, pieno di dettagli visivi, come fosse la scena di un film: 
Prima di presentare l’idea a Sergio Leone scrissi una scaletta e andai in autobus a casa sua all’Eur. Era l’estate del 1977 o giù di lì. Lui mi aprì con addosso un accappatoio bianco, sotto indossava solo gli slip, perché col caldo amava girare nudo per casa. Prese i miei fogli e se li portò in bagno. Io rimasi interdetto, pensai ‘Beh, mi pare ovvio che non gli piace!’. Intanto una foto di John Ford con una dedica personale a Sergio mi guardava dall’alto. Quando uscì dal bagno non disse niente e chiamò subito Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. Disse loro: ‘Franco ha avuto una buona idea, lavoriamoci!’ E di colpo ero diventato uno degli sceneggiatori di C’era una volta in America. In questo modo il film ha assunto un aspetto più commerciale, di genere, con la storia di un criminale che, attraverso il ricordo, deve risolvere un mistero facendo i conti con la verità e reimmergendosi alla fine di tutto nel Lete dell’oppio.”

Proprio per parlare dello stile del suo corso Ferrini ci ha raccontato quanto sia importante per lui parlare delle proprie esperienze personali sul campo, al di là della teoria: “Io ho imparato da solo, all’inizio ero un buono a nulla e, per quanto avessi scritto racconti letterari, la scrittura per il cinema era un’altra cosa. Ma conoscevo i film e leggevo tanti romanzi. Una volta le scuole di cinema non esistevano e per imparare i montatori andavano a bottega, mentre per gli sceneggiatori era diverso. Le fonti sono sempre state due: i film e i libri. Io non avevo un grande sapere ma sono sempre andato al cinema e ho sempre letto tanto. Questo lo ripeterò sempre: se volete scrivere leggete e leggete, guardate e guardate. E imparate a rubare dai migliori.”

ilcartaioMa se la scrittura come entra in relazione con la vita quotidiana? “I film vengono considerati da moltiha concluso Ferrinicome illusioni che guardiamo per evadere la realtà. Ma non è così, soprattutto nei film americani, il che ne spiega il successo mondiale. In realtà i protagonisti dei film americani modellano le loro vite positivamente attraverso comportamenti e atteggiamenti accessibili a tutti. I film ci dicono non solo ciò che siamo ma anche ciò che potremmo essere (in meglio). In ogni film è contenuta una lezione. Per la mia esperienza, le lezioni contenute nei film sono venti, che io ho chiamato il Ventalogo. In ogni film ce ne può essere una o venti insieme. Nel mio corso parlerò anche di questo, perché quando si scrive una sceneggiatura può essere utile per scrivere i personaggi e anche certi snodi dell’azione.”