La stoffa dei sogni, di Gianfranco Cabiddu

La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu vede già dal titolo l’impronta de “La tempesta” di Shakespeare. Quindi dall’inizio è forte la sensazione di un progetto inseguito a lungo, e in effetti realizzato con precisione, da parte del regista, che a 30 anni si trovò a lavorare con Eduardo De Filippo per l’incisione audio della traduzione in napoletano che Eduardo aveva prodotto proprio di questo testo inglese.
La lunga gestazione, e il controllo puntuale, hanno forse il solo difetto di non ridare un senso di necessità dell’opera, o anche una certa paura che avrebbe magari acceso di più la materia.

Sorretto da una pregevole fotografia (aiutata a sua volta dagli straordinari paesaggi dell’Asinara) e da una recitazione, forse un po’ impostata, ma ovviamente di alto livello, grazie a Rubini, Fantastichini e Carpentieri, il film si ferma sempre un attimo prima di fare un salto che sarebbe stato benefico. E questo anche se tutti gli ingredienti c’erano. Dal cast, ai collaboratori di prestigio, al plot shakesperiano che però viene reso giustamente contemporaneo grazie appunto al napoletano di Eduardo, e grazie a idee della coppia Cabiddu/Chiti in sceneggiatura (con il camorrista che diventa “il re di Napoli”).

Ed è interessante, come deviazione dalla matrice originaria, l’idea di un moderno Prospero (Fantastichini) che quasi cerca il perdono dentro se stesso (e non più negli altri come da testo). Come encomiabile è anche l’intelligente interpretazione di Fiorenzo Mattu, un novello Calibano dalle fattezze di primitivo pastore sardo dal nome Antioco. Ma alla fine si sente proprio l’assenza di una visione d’insieme e di tematiche proprie di Eduardo. Viene a mancare la possibilità di decollare verso più sensi, oltre a quelli propostisi come idea, e questo rende l’opera una piccola occasione mancata. È un peccato, pensando per esempio a un paesaggio come quello dell’Asinara di tale forza che da solo avrebbe potuto aiutare a creare una vertigine.
Il film ha una base teatrale da cui non vuole muoversi, il tema di fondo potrebbe essere la messa in scena che noi tutti facciamo della nostra vita. Quindi il ritmo diventa fondamentale a discapito del cinema tout court. Si notino, ogni volta che la camera si sofferma sul paesaggio, gli stacchi netti verso le guardie carcerarie (novelle maschere della commedia dell’arte). Questo controllo preciso ma un po’ asfissiante porta a un certo isolamento del progetto dentro se stesso, che premia il lavoro ma ne uccide le possibili aperture.
Per il resto sicuramente un ottimo lavoro da parte di tutti.