LACENO D’ORO 42 – I capricci di CaneCapovolto e Luis Fulvio

Capriccio d’autunno, del collettivo catanese CaneCapovolto, ha aperto la seconda serata del Laceno d’oro 42. Immagini di archivio si alternano nevrotiche a scene girate dal collettivo, monologhi schizofrenici, scritte intermittenti. Non c’è la rassicurazione del distacco da ciò che guardiamo, manca il conforto di una forma narrativa, di una logica compiuta. D’altronde perché dovrebbe esserci consolazione nel mostrare un’oscenità?  No, il messaggio (ed evincerlo è responsabilità di chi guarda) è iniettato, intrusivo fino alla nausea. Ciò che viene contestato attraverso il mezzo cinema, finisce dentro le viscere dello spettatore e le contorce. In fondo di veleni si tratta, come i cortei fascisti degli ultrà catanesi, come il Nembutal, barbiturico letale, usato anche nelle pene capitali e solo apparentemente per dare sollievo ad un paziente psichiatrico…Di chi è il mio corpo, di chi è la mia malattia? viene ripetuto come un mantra, anche quando gli eventi ritornano ricostruiti, rimontati come in un Cappuccetto Rosso thriller.
C’è musica e c’è musicalità nelle parole e nel montaggio, come nel caso dei tre movimenti con finale, dove la manifestazione degli ultrà è intervallata da immagini (di finzione e non) di maiali ammazzati. Ma lo scorrere impietoso delle immagini va oltre ad un mero messaggio animalista. Emerge una visione più ampia che sembra incentrarsi sulla crudeltà umana come condizione. Forse è proprio l’umano il punto centrale dell’intera questione, l’umano come essere ingombrante, con la sua mente e con il suo corpo, così “nudi” entrambi. L’umano che in gruppo affolla una festa e rincorre un maiale, svenendo dopo averlo accoltellato. Lo stesso umano che si riunisce e da vita ai condomini, strani agglomerati di carne che occupano le mura, ci mangiano dentro e le decorano con il loro pesante respiro.

Ancora altri uomini, folle di giovani e facce di una passata Storia italiana, si accalcano in ’77 No Commercial Use di Luis Fulvio, ad Avellino dopo il passaggio al 35 Torino Film Festival. Montato di immagini di archivio raccolte pazientemente,  il film racconta solo ed esclusivamente l’anno 1977.Il 1977 è l’anno in cui sono nato e questo è un po’ un omaggio a quell’anno in cui sono successe moltissime cose. Prima di tutto ho fatto questo film per me stesso, scegliendo le immagini che più significavano qualcosa per me”.

Luis Fulvio ha raccontato al pubblico del Laceno di aver voluto evitare soprattutto un andamento nostalgico e di essersi incentrato sull’impatto diretto che il materiale di quegli anni può avere visto ai giorni d’oggi: ”Però ci tengo a specificare che nel mio film di politico c’è davvero poco. C’è la musica, ci sono i personaggi dell’epoca, ma chi vuole davvero studiare e capire le dinamiche di allora deve leggere i libri. Io stesso ho letto decine e decine di libri per documentarmi. Solo per studiare il comunismo in Italia ci vorrebbero anni. Non basta mettere due immagini insieme. Ovviamente confrontarsi con le immagini è necessario, confrontarsi con i materiali. Il film dice anche come è conservato male il passato, molte immagini che vedete sono ridotte così. Ed è brutto.”  Luis Fulvio insiste ancora sulla questione del politico:  “È troppo semplice dire che se hai fatto un film su una questione politica allora hai fatto la tua parte. La politica non si fa al cinema. Se hai fatto un bel film hai fatto quello e basta, fine. Il western non porta niente alla storia dell’allevamento dei cavalli, non insegna come cavalcare. Solo dove non c’è interesse a conoscere, come in Italia, la gente pensa di vedere i film per imparare.”

77

Il film sembra seguire, oltre che per la musica inserita (Bowie, Ramones, Talking Heads), un ritmo musicale anche nel montaggio, in un incessante scorrere di immagini che non stanca mai lo spettatore, ma lo incuriosisce sempre di più.  “Ovviamente il film è figlio del mio lavoro a Fuori Orario in cui sto da 12 anni e che ha influito tantissimo sulla mia vita. Con Ghezzi scherziamo dicendo che è il mio saggio di fine scuola. E devo dire che da Enrico ho anche imparato a non vergognarmi di inserire dei pezzi musicali, essendo io un purista contrario alla musica nel cinema.
Il ’77 è per il regista un anno di forte mutazione antropologica, di cambiamenti continui: “Nello stesso anno c’è stato il black out a New York, Cicciolina ha esordito alla radio, Howard Hawks e Charlie Chaplin sono morti a 24 ore di distanza.
Mi piacerebbe fare un ’77 Dawn of the Dead, l’arrivo degli zombie. Proprio in quegli anni sono iniziati a emergere personaggi straordinari. Ho prime interviste a D’alema, a Veltroni. Ho la prima intervista a Berlusconi su La Repubblica. Le immagini del Capodanno con Raffaella Carrà le ho inserite perché quello era l’ultimo 31 dicembre con Carosello in tv. Da quel 1 gennaio entrava in scena la pubblicità. Il ’77 è stato sicuramente un anno che ha segnato una svolta epocale, ho voluto anche un po’ mostrare questo”