Let’s play Two, di Danny Clinch

Il rock americano una volta fattosi adulto (leggi mainstream) diventa mito, simbolo della storia del Paese, e si lega facilmente a tutto il resto dell’immaginario statunitense. Potrebbe essere benissimo questa la base del ragionamento fatto da Danny Clinch per mettere mano alla materia del suo rockumentary. Quindi incrociare il mito del rock e del baseball, riuniti nel leggendario stadio di Wrigley Field, al mitico 1060 di West Addison Street a Chicago. Ma se iniziamo a usare l’aggettivo “mitico” i Pearl Jam possono portare la definizione al parossismo. Infatti già dall’inizio siamo oltre la normalità (quella che vagheggiavano forse 25 anni fa) e molto nell’autocelebrazione. Cioè pienamente in zona Pearl Jam, per cui a un certo punto del film inizierete comunque a canticchiare anche voi “tu tu tu tu” come non riusciva a smettere di fare Letterman quando scoprì Black, e il gusto dell’orpello quasi di matrice teatrale, con Vedder come gentile folletto baritono e con l’uso potente e narcisista delle chitarre che faceva incazzare terribilmente Cobain.

Quindi spazio al mito del racconto, del ricordo, delle radio ascoltate mentre si attraversano chissà quali eccezionali paesaggi americani. Spazio al palcoscenico. Oggi a mente fredda diventa anche interessante la scelta storica del gruppo, dopo aver vinto anche premi a riguardo, di ridurre sensibilmente la produzione di videoclip a sostegno dei loro singoli da metà degli anni ’90 (forse non si può proprio fare retorica con la retorica?). Comunque il 2017 sembra un anno d’oro, dato che dopo l’assunzione nel cielo della Hall of Fame ad aprile è apparso questo film concerto, forte di un preciso lavoro di repertorio, sia sportivo (i Cubs) che musicale (le scene dei primi concerti), supportato dalle usuali scene di backstage, col gruppo che prova sui tetti attorno al mitico stadio, e il pubblico che racconta come non sia un problema aspettare anche 4 giorni per entrare.
Storie personali toccanti che si intrecciano con una musica che da sempre vuole emozionare (di nuovo le bestemmie di Cobain). Clinch segue molto il gruppo e le scelte che esso fa. Non si vuole reinterpretare ma pedinare. Potremmo dire che il vero regista è Vedder. Ma anche nelle scelte più retoriche (come il pezzo con e per il loro amico sulla sedia a rotelle) si percepisce sempre la costante coerenza dei Pearl Jam, e questo traspare anche dal film. Clinch riesce così a ridare sia l’atmosfera del concerto che l’importanza che Vedder in particolare dà a questo concerto, in questo stadio, dove gioca quella squadra di baseball eccetera. Siamo quasi nell’ottica della ballata. Ma troppi anni dopo Bob Dylan. Quindi di essa ormai si è persa la forza (e sono pochi i momenti di vera forza nel film). Rimangono i ricordi, e forse i rimpianti (tipo che tra baseball, rock e America ci sarebbe stato bene Kevin Costner).

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