LIBRI DI CINEMA – “Quentin Tarantino” (Moviement)

Quentin Tarantino

a cura di Costanzo Antermite e Gemma Lanzo

Gemma Lanzo Editore

Maggio 2010

pp. 90 € 12,00

 

È la conferma della validità dell’iniziativa editoriale di Gemma Lanzo questo quinto numero della rivista Moviement dedicato a Quentin Tarantino, un’altra felice selezione di saggi che dimostra (lo avevamo visto in precedenza nel volume su David Lynch) come si possa dire qualcosa di nuovo su un autore già oggetto di un numero illimitato di studi critici, indagini, dibattiti e polemiche. L’approccio scelto dai due curatori per tracciare i contorni del fenomeno “pulp, pop, post” Quentin Tarantino parte da una premessa essenziale: la considerazione dell’opera del grande cineasta americano come un corpus unitario, sia dal punto di vista delle sue diverse declinazioni di film-maker (regista, sceneggiatore, attore, produttore), sia da quello di una poetica riconoscibilissima eppure in costante evoluzione, testimonianza della sorprendente vitalità di un autore che negli anni ha saputo sfuggire alle mode e alla maniera di se stesso. Alla luce di questo assunto iniziale, i diversi contributi proposti ripercorrono l’opera di Tarantino attraverso efficaci sintesi dei suoi nodi sostanziali o analisi approfondite di aspetti specifici, centrando non poche conclusioni originali e mettendo in discussione più di un’abusata convinzione critica sul regista di Pulp Fiction. È particolarmente significativo, in questo senso, come il saggio di Adrian Martin (Un’altra pallottola in testa) approfondisca la relazione tra due tematiche fondamentali della poetica di Tarantino – la rappresentazione della violenza e il rapporto con la cultura popolare – attraverso, da un lato, un’indovinata panoramica sulla storia della violenza nel cinema, dall’altro, un’analisi della perfetta consapevolezza, da parte del regista, dei gusti e delle reazioni del pubblico: se Tarantino si dichiara innamorato della violenza sullo schermo, e soltanto sullo schermo (e il sintetico excursus sull’approccio al medesimo tema nei suoi autori di riferimento offre il perfetto corollario a quest’affermazione), sa intuire che quegli spettatori affamati di storie di “pallottole in testa” sono gli stessi Quentin Tarantino

“che inseguono uno stile di vita in cui le questioni del gusto culturale di massa, di quello che conosci, che hai visto o sentito, di quello che ti piace o non ti piace, hanno un significato supremo”. Su questo “spettatore masochista consenziente”, il cinema di Tarantino crea una presa sadica che corre dai lunghi momenti di attesa prima di un’azione violenta ne Le iene fino alla sequenza iniziale di Bastardi senza gloria.

Al piacere sadomasochista della visione fa riferimento anche il contributo di Aaron C. Anderson (Stuntman Mike, simulazione e sadismo in A prova di morte), all’interno di un’ampia analisi che muove dal pensiero di Jean Baudrillard per sostenere che ciò che il filosofo francese definisce iperrealtà (in cui non vi è né finzione né realtà, ma solo un offuscamento di entrambi) riceve nel meno fortunato film di Tarantino un’attenzione costante. Se per Baudrillard la strada rappresenta l’unico vero piacere dell’oggi, cioè mantenersi in movimento, e il muoversi velocemente equivale alla volontà di dimenticare, il cineasta celebra questo piacere grazie alla mitologia delle muscle cars di Detroit; se gli Stati Uniti e le produzioni hollywoodiane sono la quintessenza dell’iperrealtà che pervade tutto, “i personaggi di Tarantino esplorano continuamente immagini, simulazioni della storia del cinema e le simulazioni di queste simulazioni”.

A prova di morte - Quentin TarantinoDavvero notevole per il modo in cui, partendo unicamente da Bastardi senza gloria giunge a cogliere l’identità e il senso del fare cinema di Tarantino, è poi l’intervento di Gianni Rondolino. Non solo quest’ultimo film conferma, concludendosi sanguinosamente in una sala cinematografica, l’indissolubile legame tra violenza e cinema, ma per Rondolino l’approccio “scandaloso” a un periodo storico tanto delicato afferma con maggior forza che nelle opere precedenti il potere del cinema come strumento di rivelazione della realtà: è proprio la fantastoria tarantiniana “a consentire di cogliere appieno tanto il quadro di riferimento storico quanto l’attualizzazione della storia”.

Se i saggi sopracitati lasciano maggiormente il segno, degni di nota sono tutti i contributi: dall’intervento di Alessandro Baratti, che indaga un altro assunto ampiamente sviscerato, la destrutturazione del cinema di genere, alla luce del determinante magistero di Jean-Pierre Melville – e dunque con maggiore riguardo alla persistenza di alcuni punti cardinali della tradizione noir che non alla trasgressione/rivisitazione del genere cui, secondo una parte della critica, si limiterebbe il cinema di Tarantino –, a quello di David Del Valle, che muove da Jackie Brown per analizzare il sapiente uso che il regista fa dei suoi attori come interpreti e come icone, passando per il particolare rapporto tra immagine e suono in Kill Bill (Vlad Dima) e le ricorrenti ossessioni simboliche legate a luoghi, abiti e oggetti (Luigi Castellitto). Il consueto, ampio spazio dedicato alle interviste e una breve antologia di citazioni completano un volume che, nello spirito della rivista, coniuga accessibilità, approfondimento critico e una stimolante eterogeneità di prospettive.

 

 

 

Indice

 

Pulp, pop, post. Quentin Tarantino e il Cinema

Insight:

Adrian Martin

Un’altra pallottola in testa

Alessandro Baratti

Il piacere giubilatorio della reinvenzione in Le iene e Pulp Fiction

David Del Valle

Come Tarantino ha tolto “il tanfo di prigione” dai capelli di Pam Grier

Luigi Castellitto

Cornici appariscenti. Viaggio fra scenografie e costumi nel cinema di Quentin Tarantino

Vlad Dima

Indicatori sonori in Kill Bill

Gianni Rondolino

L’ultimo Tarantino

Film Analysis:

Aaron C. Anderson

Stuntman Mike, simulazione e sadismo in A prova di morte

Conversazioni:

Interviste a cura di Gerald Peary, Gavin Smith e Peter Keough

Quotes

Filmografia

Consigli in movimento