L’inquilino del terzo piano, di Roman Polanski

«In quale preciso momento un individuo smette di essere quello che crede di essere?».
(Trelkovsky a Stella)

 

Una caduta progressiva e inesorabile nel cuore dell’orrore della mente. Quasi una perquisizione interiore condotta per dettagli o indizi infinitesimali da rielaborare, nel tentativo – pressoché impossibile – di ricostruire la storia, laddove quest’ultima non trova sbocchi lineari, ma al contrario si sdoppia e si contorce toccando vette estreme di surrealtà iperangosciante.
L’inquilino del terzo piano (1976) – nato Le Locataire, nel francese del titolo originale – è prima di tutto un enorme, ostico e perdurante punto interrogativo su chi sia il vero protagonista precipitato nella hitchcockiana gabbia-condominio al centro della narrazione, altrimenti detto a chi appartenga quella storia incastrata a metà tra il sonno e la veglia. Perché Roman Polanski stavolta non si accontenta di un solo inquilino (in delirio) per appartamento – come già anticipato con i precedenti film della trilogia, Repulsion e Rosemary’s Baby – , bensì costruisce un gioco labirintico di rimandi sempre doppi, di pura e intensa virtualità, ove il vero si svela sempre come rovesciamento di un falso e quel falso scaturisce di preferenza da una mente conturbata che riempie lo spazio filmico.

Trelkovsky, dimesso e garbato impiegato di origine polacca, cerca un appartamento nel cuore di Parigi. L’occasione imperdibile si presenta quando trova casualmente un piccolo bilocale in uno stabile abitato perlopiù da gente anziana, appartenuto alla giovane Simone Choule, morta suicida in seguito a un lancio dalla finestra dell’appartamento. La contentezza di Trelkovsky per aver trovato una così comoda sistemazione si spegne presto: vittima della severità esasperante dei condomini, l’uomo finisce per perdere la ragione, convincendosi sempre più fermamente di essere caduto – come la stessa Simone prima di lui – in una trappola che lo condurrà a replicare il suicidio della donna.

Trelkovsky – nome e cognome condensati insieme – nasce già come personaggio-duplicato: incarna innanzitutto il doppio del regista che gli presta non a caso la fisicità diegetica, portando fin dentro il film parte della sua esperienza autobiografica da polacco (un po’ incompreso) naturalizzato francese, quindi operando uno spostamento significativo rispetto al romanzo di Roland Topor (1964) da cui il film è tratto. Appare, nondimeno, un fratello di sangue delle Carole Ledoux e delle Rosemary Woodhouse intrappolate in appartamenti altrettanto nefasti e privi di uscite nel mondo, se non quelle offerte dallo stato della follia; infine, diventa fantasma di colei che prima di lui aveva impregnato della sua storia personale quelle pareti, dunque vittima designata di un destino scritto prima di tutto nello spazio che lo circonda, lo asfissia e lo spinge alla coazione a ripetere.

Potrebbe, dunque, parlarsi di quest’opera di Polanski come di un ennesimo labirinto della mente, ove a perdere l’identità per la pressione altrui non sarà solo l’uomo (senza nome proprio) con il suo corpo – conteso tra giochi di travestimento irrazionali e dubbi sulla gerarchia fisica delle membra – , bensì il corpo stesso del cinema, qui presentato per crepe e fessure aperte, capovolgendo il senso del (suo) reale e chiedendo allo spettatore uno sforzo enorme di discernimento tra le potenze del falso.
Il cuore del film è, allora, nella testa: ma una testa che sia “volante”, emancipata dall’organizzazione razionale (e) organica di un organismo filmico standardizzato, alla ricerca di nuove strade e ritmi, quand’anche allucinati o alle soglie dell’incubo a occhi aperti, dove Polanski riesce ogni volta a ritrovare l’orrore più vero del quotidiano. Che diritto ha la mia testa di chiamarsi “me”? Questo cinema si fa libero e in rivoluzione rispetto al raziocinio e, nell’invito a oltrepassare la soglia della follia, diventa il miglior complotto contro lo spettatore.

Titolo originale: Le locataire
Regia: Roman Polanski
Interpreti: Isabelle Adjani, Melvyn Douglas, Bernard Fresson, Roman Polanski, Jo Van Fleet, Shelley Winters, Romain Bouteille
Durata: 125′
Origine: Francia, 1976

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