#Locarno70 – Contes de Juillet, di Guillaume Brac

Classe ’77, diplomato alla Fémis, Guillaume Brac propende per l’annullamento del cinema come percorso autoriale. Contes de Juillet è infatti figlio di un lavoro collettivo, una scrittura distribuita fra gli stessi attori, e della buon vecchia improvvisazione, per quanto difficile da misurare. Due mediometraggi, Le amiche della domenica e Hanne e la Festa Nazionale. Nel primo, una coppia di amiche, Milena e Lucie, si incontra per andare a nuotare in un centro sportivo della periferia parigina. Milena, la più esuberante e sicura di sé, persuade l’amica a provare qualche sport estremo, a divertirsi, cosa che più tardi le rinfaccerà di non fare, eppure l’invito a seguirla sembra solo un pretesto perché trascorra più tempo con un tale appena conosciuto. Lucie, dal canto suo, non tollera il ruolo di candela, la lascia alle “premure” del giovanotto e alla fine riceve il suo bottino. Il secondo, ambientato il 16 luglio, vede la studentessa norvegese Hanne imbattersi in uno sconosciuto durante la parata celebrativa dell’assalto alla bastiglia. Ma la ragazza ha anche un altro pretendente, Andrea, decisamente più sfacciato, nonché un chiaro bisogno di attenzioni che non si esaurisce neppure innanzi all’impiegato della sicurezza del campus, per cui l’amica Salomè nutre un certo interesse.

Da come vengono presentati, i due prodotti non possono disgiungersi perché l’uno continuazione dell’altro. Ma c’è anche la percezione di un corpo indipendente, che non aggiunge né toglie una briciola al compare. E in effetti il modo di procedere è lo stesso: temporalità vacante (la domenica e la festa), mente libera/preoccupazione (le due coppie di ragazze), personalità maschili opposte (il buono e il cattivo) pruriti sessuali repressi e un certo disturbo per lo svago. Non avrebbe fatto molta differenza973920 se uno dei due fosse continuato più a lungo, se il primo avesse ammiccato esplicitamente al gemello o se Brac avesse abbracciato anche il crossover. Forse l’esperimento del lavoro di gruppo tendeva proprio a questo: smascherare le cossidette unicità, i vanti per un pensiero, una linea creativa propria ed irripetibile. In quest’ottica la specularità ristagna nella mente dello spettatore, il quale potrebbe addirittura domandarsi perché continua a sentirsi tanto speciale. Magari anche la banalità/prevedibilità delle narrazioni fa l’occhiolino ai fanatici del nuovo, del “mai visto” e del “da non perdere”. All’epilogo, in generale, segue un inizio, e così avanti per la catena, dunque non c’è da inveire contro chi, lucidamente o no, gioca con i vari anelli.