#Locarno70 – Gli Asteroidi. Incontro con Germano Maccioni e il cast

Sicuramente il mio è un film eccessivo”. Gli Asteroidi piombano su Locarno, o perlomeno sugli schermi cittadini. Merito di Germano Maccioni, al primo lungometraggio da regista. Un film che mescola la tradizionale provincia meccanica, tre giovani, ed ognuno con un fardello sulle spalle, con orizzonti di genere ma leggibili in chiave diversa: un asteroide pronto a schiantarsi sulla Terra. “Quello che guida la mia ricerca è qualcosa di metafisico. La filosofia esistenzialista è il mio tarlo; volevo che il mio film avesse proprio quelle basi, nonostante la semplicità. L’unico ad aver raccontato la miseria umana descritta da Sartre è stato Antonioni, nel finale de L’eclisse. Ed è l’unico che avrebbe potuto trasporne La nausea. Essendo il mio primo lavoro, è pieno di imperfezioni, ma per me era più importante realizzarlo che riflettere sui come”.

Maccioni sottolinea come il tema della fabula lo abbia influenzato anche nelle scelte più tecniche, privilegiando con Marcello Dapporto, direttore della fotografia, un’ atmosfera contrastata e che restituisse sia la piccolezza che aspetti più dirompenti: “Abbiamo lavorato sull’anamorfico, una luce sottile e in altri momenti più corposa; tutto ciò è stato possibile vivendo i luoghi e provando a comprenderli. Con il compositore, Lorenzo Fornasari, abbiamo fatto lo stesso: musica techno ma anche archi, violini e violoncelli, a restituire una sfera più umana. E poi Lo Stato Sociale, più pop, più leggero, con un brano che richiamasse la dimensione della balera, in cui sono cresciuto.”

Assente all’incontro la straordinaria Chiara Caselli, nel ruolo della madre di Pietro, il giovanissimo Riccardo Frascari: “Ho condiviso moltissime scene con lei e sono state anche le più difficili. Sul set ci siamo trovati benissimo e si è instaurata una grande alchimia”. Forse la figura più scomoda del film è Ivan, Pippo Delbono, che per Maccioni incarna un ruolo ben preciso: “Lui vive una crisi che è economica, spirituale ed ideologica. Soffre per la condizione del sindacato, ma è proprio l’ideologia a seppellirlo; non è possibile vivere solo di quello”.

Delbono si approccio al lavoro filmico in maniera singolare: “Non leggo la sceneggiatura, non imparo a memoria, non faccio prove e do al massimo sei giorni di disponibilità in cui però possono spremermi come vogliono. I giovani hanno bisogno di più tempo, di provare lo spazio, il corpo. Di solito sono un po’ musone con loro, ma è un onore lavorarci perché il rischio di noi veterani è quello di diventare mestieranti. Ad un certo punto l’approccio diventa un fatto politico; come diceva Brecht siamo in tempo di guerra e non possiamo stare appresso alla psicologia del personaggio. Meglio avere a che fare con l’inesperienza oppure con i grandi con cui ho collaborato: Bertolucci, Depardieu…”.