#Locarno70 – la grandezza e la decadenza di Jean-Luc Godard

Ad una settimana dall’inizio della 70esima edizione del Festival di Locarno le proiezioni del restauro di Grandeur et décadence d’un petit commerce de cinéma, film di Jean-Luc Godard del 1986, sono arrivate a tre. L’ultima è quella del martedí alle 11.30 in una delle sale secondarie della manifestazione svizzera. Alle 11.10 il direttore artistico Carlo Chatrian è costretto ad intervenire personalmente per avvisare che la sala è piena e non c’è più possibilità di prendere posto. Il pubblico che è riuscito ad entrare è composto per la maggior parte da persone che avevano appositamente acquistato il biglietto, popolazione locale, quindi, con età media compresa tra i 50 e i 60 anni. E’ lecito chiedersi come a chi non è dentro alle dinamiche del cinema, per lavoro o per studio, possa interessare un film per la tv diretto da Godard negli anni ’80. Ed effettivamente a poco meno di un’ora dall’inizio della proiezione c’era già chi dormiva, chi guardava il telefono e chi controllava l’orologio. Poi peró sullo schermo compare improvvisamente in un cameo Jean-Luc Godard nei panni di se stesso e la sala addormentata si risveglia. Alcuni accennano un applauso, altri ridono divertiti dal solito cinismo godardiano con cui si scherza subito sull’abbandono di Parigi perchè ormai si vive meglio in Islanda (in realtà è noto a tutti che il suo esilio volontario è stato proprio verso la Svizzera). Gli spettatori dunque si rianimano fino ai lunghi titoli di coda dove l’ovazione scoppia solo al nome del regista. Pare evidente come la profezia del francese sul fatto che tutti si sarebbero ricordati di lui sebbene nessuno avesse visto tutti i suoi film si sia avverata e Godard sia diventato piu un brand (JLG, appunto) che altro. Le dinamiche sul come una persona diventi negli anni un personaggio cambiano a seconda delle situazioni ma nel caso di JLG molto è dovuto al suo carettere arrogante e rivoluzionario di chi ha saputo fare dell’ironia su se stesso, come nel caso di questo film quando alla parola rivolta non si puó far altro che sorridere.

GRANDEUR

Quello su cui peró Godard non ha mai scherzato, neanche in questa occasione televisiva, è la sacralità della politica dell’opera. Quello di Grandeur et décadence d’un petit commerce de cinéma è infatti un esempio di come Godard abbia tentato (ancora) la decostruzione della televisione dall’interno, proprio come aveva fatto con il cinema stantio degli anni ’60. Fare un’analisi precisa del film è pressochè inutile, lo fa benissimo da se riuscendo ad essere in maniera lucida sia dentro che fuori dal film, indossando e togliendo continuamente la maschera da critico cosi da riuscire a tracciare un percorso logico che non ha bisogno di spiegazioni. Dirige il film e ne scrive contemporaneamente la recensione, per grande fortuna di tutti. Quello che pero è interessante notare è come le riflessioni di JLG non smettano mai di essere attuali e diventano quasi fondamentali per interpretare una manifestazione festivaliera, non solo per la portata di pubblico che riesce ancora a raccogliere. Se infatti il film è un’aperta critica alla massificazione culturale messa in atto dalla televisione, è ancora di piu una riflessione sulla produzione. Costretto ad aprirsi una sua casa produttiva per essere libero di realizzare i suoi film, Godard non ha mai perdonato all’industria l’investimento di un alto capitale finalizzato alla realizzazione di una singola opera che di fatto ha impedito a tanti autori di esprimersi. Piú di una volta si è scagliato contro George Lucas e Francis Ford Coppola per le loro grandi produzioni ed è arrivato anche a dire che se I cancelli del cielo di Michael Cimino è un film fondamentalmente “riuscito male” la colpa era solamente della troppo libertà di denaro. Questo ha reso lo spazio del cinema sempre piú elitario costringendo tanti a muoversi verso lo sciatto mondo televisivo, come di fatto fa il protagonista del film, per produrre della semplice cultura, quando il cinema non dovrebbe mai arrivare a farlo. Perchè la cultura, secondo Godard, prevede di conseguenza un commercio e finalizzare la realizzazione di un prodotto politico, come dovrebbe essere quello filmico, al guadagno è totalmente sbagliato. Una visione che già negli anni ’80 era lontana dall’essere vera ma che oggi risulta del tutto inattuabile.

In una scena lunghissima e centrale proprio del film restaurato in occasione di Locarno gli attori scorrono sullo schermo ripetendo in maniera apatica le parole di un testo di Faulkner che inneggia la difesa dei morti dall’attacco dei vivi. A fare la parte del morto è evidentemente il cinema, a fare quella dei vivi è la televisione. Oggi si direbbe che di quest’ultimo gruppo fanno parte anche le produzioni dei serivizi streaming, i cinecomic e tutto quello contenuto nello show business, ovvero ciò che fa guadagnare. La domanda che però in questa giornata rimane centrale è che se anche uno come Jean-Luc Godard è dovuto diventare un prodotto commerciale per riempire una sala, oggi ci sono ancora i morti da difendere dai vivi? Oppure come in parte ipotizzato nell’emblematico manifesto di Addio al linguaggio i morti hanno trovato modo di rivivere solo smembrati dal loro essere gif critica 2opera integra? La concentrazione del mercato cinematografico nelle mani di pochi autori e di pochi generi e la facilità con cui si è diffusa la televisione degli anni ’80 pare quindi nella politica godardiana come un punto di non ritorno per un cinema che da allora ha visto aumentare a dismisura la propria innata necessità di una produzione che lo renda un prodotto in grado di essere venduto. Ecco allora perchè l’originalità (parola ripetuta, anche qui con evidente sarcasmo, all’interno del film) diventa un’attitudine inutile per le immagini che non hanno piú bisogno di un autore. “Ci siamo sbagliati noi della Nouvelle Vague” dirà infatti Godard “non erano gli autori da difendere ma la loro politica“. Per questo ha deciso di vendersi come un personaggio, di far diventare il suo nome un marchio, perchè nella sua produzione ha messo la sua politica, dell’autore non gli interessa e non è questo il morto che bisogna difendere. E le proiezioni piene all’insegna solo del suo nome gli hanno dato ragione, di nuovo.