#Locarno70 – Le immagini del mistero

Per calarsi in questa breve storia occorre sapere che i narratori hanno messe piede in Svizzera proprio in occasione del 70esimo Locarno Festival. E mai prima di ciò. In quest’ottica, risulterà più chiaro a chiunque come l’anniversario abbia inciso sulle impressioni cutanee, i primi inspiegabili formicolii che ci solleticano la pelle non appena varchiamo una porta sconosciuta. Le reazioni più comuni sono tre; limitiamoci a queste e non inseguiamo spettri più ampi e più facilmente ingannevoli. C’è l’entusiasmo, o più frequente, l’ordinaria serenità di spirito, quel susseguirsi di respiri puliti, leggeri, un senso di coesione già con la sterminatezza della Piazza Grande. La seconda è il distacco, per non dire fastidio, urto, un diniego bell’e pronto a tutte le iniziative, festivaliere e non, che la cittadina mercanteggia, quasi si avvertisse il dislivello animalesco tra commerciante e acquirente. Ma di solito è la terza a fare jackpot. Un intruglio più complesso, frutto di una moltiplicazione di stimoli che non possono e non devono riguardare solo il cinema. Eppure, se consideriamo quest’ultimo come emblema dell’incompletezza, di quel mistero che ci separa e riunisce contemporaneamente alla realtà, allora Locarno è la location più adatta per vivere e nutrire l’estraniamento. Una valle ordinata e tuttavia persa nei suoi vicoli stretti. Chiusa fra le montagne, aperta a differenze abissali, quelle linguistiche, e di nuovo stretta nei fieri ranghi della comunità. Perfino un luogo di vacanza: il lago, con le sue luci fuse in andirivieni di yacht e feste vivaci. A noi, giunti a metà periodo e in un luogo inimmaginabile senza il gemello Festival, l’estraniamento non ha lasciato un minuto di pausa. Per di più, in quella partecipazione gioiosa, fra persone locali e non, si annidava un discorso che in maniera un poco inquietante giustificava il nostro incedere incerto.

L’immagine della manifestazione, tralasciando il “miracolo pardi”, moltiplicati a più non posso come nel racconto biblico, è senza dubbio il Presidente Olivier Assayas e la sua espressione davanti alle sequenze di Mrs. Fang, di Wang Bing. Il registra francese, transitorio nello sguardo tanto quanto la contadina, la seguiva nei tentativi di afferraggio, immemrs-fang-2017-wang-bing-04rso e smanioso di quella sostanza che Bing, straordinariamente, è riuscito a plasmare. In effetti l’eco del suo film è fra tutte la più rumorosa. Un suono molto lontano, inacciuffabile, ma di cui tutti desideriamo la materializzazione istantanea. E Assayas lo sa bene visto che molta della sua filmografia gioca proprio con l’inesistenza e i suoi mille filamenti.

La nebulosità di Bing ha avvolto molti altri prodotti della manifestazione, come se la selezione stessa avesse privilegiato la decadenza, ma in senso positivo: una preparazione alla rinascita attraverso suggestioni sovrumane, antiche, così come quelle più contemporanee e per questo ancora più estranianti. Tocca partire da Iceman, di Felix Randau, un’impresa olimpica, meticolosa ai limiti dell’ossessivo-compulsivo e che però richiama la nostalgia per il cinema come santuario dell’immateriale dato alla vita. Una pseudo-epica in cui i contorni dell’eroe sono labili, ma il tuffo nell’immaginario “in grande stile”, con le sue panoramiche, i campi lunghissimi e la missione, per tornare agli dei, esige un allontanamento dalla fruizione giornaliera, da video che di simile hanno quasi tutto e non ci dicono tanto delle zone d’ombre che ci abitano. Allo stesso modo l’Italia, quasi ad un ballo in maschera se pensiamo all’offerta distributiva annuale, cala i propri assi: prodotti pensati 1468918476540_0570x0400_1468918499167per uno sguardo errante, direzionato a tutti i lati dello schermo, per l’attenzione ondivaga, che si perde nel retro dell’immagine, nelle domande sollevate e in quanto si annida nel mistero. Pensiamo a Il Monte delle Formiche, di Riccardo Palladino, e all’inspiegabilità che diventando dato empirico diventa modello da seguire ma pure da scansare perché spaventosa (l’andare e il tornare da e verso il luogo del miracolo). Oppure Gli Asteroidi, di Germano Maccioni. Tre ragazzi e la ricerca spasmodica di un’identità indipendente dalle etichette. Ma dove trovarla in una terra dove la crisi non fa prigionieri? Anche Maccioni guarda in alto, punta all’altrove e il suo finale dolce-amaro è il segno di una consapevolezza ben precisa: una natura, quella dell’invisibile, magnetica quanto pericolosa.

In anticipo sui tempi, come sempre del resto, è Marco Bellocchio. Il suo corto, Per una rosa, fuori concorso, girato nel 2011 con l’iniziativa Fare Cinema e sempre apparecchiato come una tavola natalizia (parenti che rivivono nel perimetro della messa in scena), in soli 20 minuti ingloba e amplia tutto quello che abbiamo appena scritto. Il luogo è Bobbio, naturalmente. Una Bobbio che continua il suo processo di astrazione, un non-luogo avvolto nei fumi dell’immaginazione. La giovane Elena viene assunta in un bar; la proprietaria è sconvolta dalla perdita del marito, un ex tossico butta giù quintali di grappa senza pagare (tanto poi verrà la madre ad occuparsene) e un uomo che per una piccola dimenticanza rischia di far colare a picco il suo matrimonio. C’è una dipendenza, sempre giustificata, sia ai corpi che al suolo su cui camminano, e che riguarda tanto Bellocchio quanto i suoi personaggi. L’azione conta molto poco visto che lo stato di incosci974282enza, quasi un Purgatorio, consente a tutti il lusso di non sapere, di crogiolarsi nella galassia della possibilità. Partendo dall’errore del protagonista, Bellocchio dipinge una terra incantata dove tanto lo slancio (la cotta di Elena) quanto la stasi (il cameriere, l’uomo smemorato) viaggiano in parallelo. I piani del reale, le prospettive, si confondono, nessuno comprende a pieno la posizione dell’altro, al massimo si dà un consiglio usa e getta. Sono piani che si prestano naturalmente al caos, allo scompiglio che genera distanza con chi guarda e al tempo stesso massima curiosità. L’invisibile di Bing viene traslato nell’azione, abbandona l’immobilità, e cerca il modo di congiungersi con la “nostra” sfera di realtà.