#Locarno71 – Conversazione con Bruno Dumont

Il vincitore del Pardo d’onore alla 71^ edizione del Locarno Film Festival è Bruno Dumont,  che in occasione della kermesse ha presentato in anteprima mondiale Coin Coin et les Z’inhumains, una miniserie che di fatto è la seconda stagione di P’tit QuinquinIn uno Spazio Cinema gremito il regista e sceneggiatore francese ha parlato di questo nuovo lavoro e del suo cinema in generale, cosi originale e cosi libero, dei metodi che utilizza sul set per dirigere gli attori e di religione, arte, teatro.

“Medea uccide i suoi figli, perchè? Perchè non lo facciate voi con i vostri! Il cinema è molto più che intrattenimento, meglio vedere le esplosioni al cinema che nelle strade! Il bene ed il male non sono separati, l’ho imparato da Tommaso d’Aquino, in filosofia questi concetti sugli opposti sono contenuti nella mistica, la necessità dell’oscurità, il bisogno di attraversare il male per arrivare al bene, guardando le cose oscure ci si può illuminare, la natura è contraddittoria. Il male è solo una riduzione del bene.”

L’incontro è un percorso che attraversa la sua cinematografia sin dagli albori della sua carriera quando era uno studente di filosofia ed un forte interesse per la questione religiosa, una passione soddisfatta anche con il cinema e l’arte che di tali argomenti si occupavano molto spesso. Poi le prime esperienze di ripresa con delle aziende per cui curava degli spot promozionali nei quali si trovò per la prima volta a lavorare con degli attori professionisti che, essendo alla presenza di un perfetto sconosciuto, non lo prendevano seriamente. Da lì nacque l’idea di prendere dei veri venditori e quella da lì in seguito divenne la regola, cioè di servirsi, per recitare una parte, di qualcuno che nella realtà abbia un collegamento diretto con l’argomento da raccontare.

“Quando ho cominciato a scrivere La vie de Jesus (L’età inquieta) avevo in testa Giuseppe e Maria, cercavo in realtà il senso della vita di Gesù. L’uomo nasce uscendo dall’animalità, anche il cinema non progredisce, bisogna sempre ricominciare, ma ha un grande valore. Freddy, il protagonista, aiuta a crescere, guardando il male si intende il bene, lui ha una presenza scenica straordinaria, una vera potenza, anche se era molto timido. Non gli interessava il cinema, ma solo i soldi, ed un attore che non ha interesse ad interpretare un ruolo mi incuriosisce molto. Non si ha bisogno della complicità dell’attore, loro se ne fregano, sono altro. Io non gli do né una sceneggiatura né un copione, ho bisogno delle sue posizioni, ecco. I non professionisti non capiscono a volte perchè rifare una scena e magari pensano sia colpa loro, poi invece c’è una camera messa male.”

Prima di girare un film Dumont passa molto tempo a pensare al contesto ed alla frammentazione a cui sarà chiamato dalle esigenze cinematografiche. Pensa alle inquadrature ed alla profondità dei piani, si fa accompagnare dagli operatori per i sopralluoghi, studiare le posizioni di luce e creare poi nelle riprese degli anacronismi, in un disordine totale che al montaggio si rivela molto interessante.

“Io ho un storyboard di 10 piani, però se si pensa troppo al montaggio la troupe è scontenta, se si accorgono che il regista è incerto, si arrabbiano, c’è bisogno di molta decisione. Penso molto alla location ed anche ai costumi che devono essere inseriti in tali contesti, anche i tecnici d’altronde vanno diretti. Oggigiorno si possono fare delle riprese anche con dei difetti, per poi lavorarci in post-produzione, si possono correggere molte cose. Si può girare inoltre in molte condizioni di luce. Io mentre si gira di solito sono in macchina, a qualche centinaio di metri dal set ed attraverso un microfono do delle indicazioni agli attori, che portano un auricolare.”

Quando si mette a raccontare di Twentynine Palms l’autore si lascia sfuggire qualcosa di sconosciuto, cioè la forte impronta autobiografica del film stesso. Una volta constatato insieme al produttore che i fondi raccolti per il film erano insufficienti, il regista decise di utilizzare quanto raccolto e di integrare la sua esperienza degli States, per visitare le location, fino a farlo diventare quasi la cronaca di questo viaggio. Coin coin rappresenta invece una decisa virata verso il comico, e va ed esaudire un desiderio che l’autore francese coltiva da tempo, un progetto sempre rinviato per via degli attori inadatti ad incarnarne l’intenzione. Un risultato comico che nasce da una distorsione, e che conserva, come ogni opposto, una natura di tragedia. Tra le figure di spicco di questa seconda stagione c’è sicuramente l’ispettore Van Der Weyden interpretato da Bernard Prouvost.

“Con i personaggi di Coin coin sapevo cosa potevo farci, li conoscevo, sono ricorrenti. Quando l’ispettore interagisce con il suo assistente Carpentier, lui reagisce attraverso le indicazioni che riceve attraverso l’auricolare. La cosa importante prima della fine del montaggio è avere tutte le sfumature dell’ispettore, i diversi umori, che poi posso sfumare per evitare gli eccessi. I personaggi hanno una funzione catartica, sono fuori dal mondo dello spettatore che con loro riesce ad entrare in contatto. L’importanza è l’effetto che fanno sullo spettatore, sono dei veicoli per entrare in esso, come un vaccino che viene inoculato. Non è detto che se il protagonista è buono abbia delle virtù. Il cinema deve risvegliare, se non fa niente lo spettatore è già morto. Ci vuole qualcosa di diverso, un’alterità, altrimenti ci si annoia. Io sono di tradizione fiamminga, mostro il vero e dipingendo il presente si percepisce la presenza di Dio.” E la verità non è immediatamente bella, la bellezza è un qualcosa che va creato.

Nel seguito previsto di Jeannette, Dumont ha previsto delle variazioni molto consistenti, proprio per cercare un approccio alternativo ad un tema largamente affrontato in ogni ambito culturale. Jeannette sarà non cresciuta ma rimpicciolita e dovrà affrontare un processo, con degli adulti che la metteranno alla sbarra. Ed un altro cambio di rilievo sarà nelle musiche, si passerà dall’elettronica ad una musica melodica, “che potrà aiutare a capire il cuore di Jeannette. Ci sarà soltanto qualche coreografia. Lei con l’armatura è impressionante. Anche questo processo di riduzione trova riscontro nella pittura fiamminga. Io faccio parte di un’economia ridotta, faccio film con un milione. Nessuno viene a dirmi cosa fare, questo è il prezzo della libertà, non ho soldi e faccio quello che posso.”

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