Magic Island, di Marco Amenta

La dichiarazione (dedica) di Marco Amenta irrompe già dal primo fotogramma e si trascina come bandiera decadente in un universo in cui proprio quella premessa iniziale non viene soddisfatta. Magic Island è un docu-film. Un ibrido in voga non solo nel cinema nostrano. Il regista contempla il personaggio di Andrea Schiavelli, figlio del defunto attore Vincent, e lo segue in un viaggio dagli Stati Uniti alla Sicilia affinché il ragazzo rinsaldi un rapporto con le proprie radici e con una figura che è stata spesso assente nella sua vita. Andrea, nato e cresciuto negli USA, non solo conserva un ricordo vago della terra siciliana, ma è spaventato dal ritornarvi, da ciò che significherebbe calpestare di nuovo quel suolo. Chiede consigli a chi gli è intorno, madre compresa, e alla fine decide di partire e riscuotere una piccola somma di denaro lasciatagli in eredità.

Il lavoro di Amenta è alquanto povero di sguardo. Sebbene quella contemplazione si sforzi di eviscerare un corpo, quello di Andrea, rinchiuso in un dolore distante, embrionale, incapace di superare la geografia, essa si limita ad un’operazione a forte rischio di patetismo, lontana dall’indagine sulla radice, la morte e il riassetto. Ci si domanda anzitutto il perché della scelta tematica, se esista ancora qualcosa di sacro che neppure la cinepresa riesce a sfondare o, in ogni caso, come quest’ultima possa approcciarsi ad una perdita reale senza risultare un Grande Fratello impiccione. Purtroppo il regista si dimostra un segugio alle dipendenze del Ricatto. Prova ad incollare l’emotività all’obiettivo, sperando che sia questa ad indebolire la corazza (?) di Andrea. L’azzardo è aver creduto che tale sfera fosse accostabile ad un pianto, ad una sofferenza condivisa, invece che ad un piano collaterale, furtivo, schivo, quanto mai difficile da catturare. Il rischio, e in effetti il risultato, è la banalizzazione non solo del contatto con la non-esistenza, ma la riduzione di Polizzi Generosa (Palermo) a semplice terreno, a perimetro entro il quale la comunicazione viene spenta. Il padre Vincent non vive in quel paese e non perché sia morto, ma perché il registanews_178035 cerca di scovarlo nell’intimità del figlio, in un universo incapace di una vera e propria accoglienza. Da qui la perdita dell’aspetto vitale di Andrea, rinchiuso in una gabbia da performer-oggetto: uno spotlight puntato sul suo talento musicale, e una natura, quella siciliana, così come le persone conosciute dal padre, consumati da un velo spettrale, declassati ad anime morte e inferiori al “tesoro” che il giovane racchiude. Quest’ultimo si sente un apolide, ipnotizzato dalla speranza di curare un legame reciso. Anche Amenta sembra voler parlare di uno strappo e di un eventuale rimedio, ma la sua narrativa si interrompe all’aspetto televisivo, spesso goliardico, della ripresa conviviale e super ammiccante della famiglia ritrovata: baci, bacetti, mangiate, bevute e inevitabile oblio. Nulla di profano, anzi, ma scovare il dolore, annetterlo a quel morale sollevato, ed affrontarlo nei panni di cineasta è un’impresa imponente. Magic Island, più mockumentary che docu-film, perde irrimediabilmente la forma e il contenuto di omaggio, di inchino ad un personaggio di certo amato da chi ha preso parte al progetto. Manca soprattutto la restituzione di alternative possibili, di domande frequenti, di risorse a disposizione per creare un nesso tra mancanza e trascendenza, radice e identità personale, smarrimento e breve consapevolezza di non essere sconnesso.

Regia: Marco Amenta
Origine: Italia, Francia, 2015
Distribuzione: Mediterranea Film
Durata: 86′

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