MANGA/ANIME – Shingeki no Kyojin (L'attacco dei giganti), di Tetsuro Araki

Shingeki no Kyojin L'attacco dei gigantiE' ancora presto per tracciare bilanci sulla sua opera, ma di certo Tetsuro Araki ha bruciato letteralmente le tappe, diventando in poco tempo uno dei nomi “caldi” della scena contemporanea, grazie alla sua abilità nel trasporre in animazione alcuni manga particolarmente fortunati. Nato nel 1976, il nostro ha infatti ottenuto un'enorme visibilità a soli trent'anni, dirigendo la serie di Death Note, e ha poi bissato il successo nel 2010 con Highschool of the Dead. Il 2013 ci ha portato la sua ultima fatica, Shingeki no Kyojin, tratto da “L'attacco dei giganti” del pure giovanissimo Hajime Isayama (è del 1986), vincitore del prestigioso Kodansha Award come miglior fumetto per ragazzi del 2011 e pubblicato in Italia da Panini/Planet Manga.

 

La storia si basa su un presupposto molto semplice: l'umanità è stata ridotta sull'orlo dell'estinzione dall'improvvisa comparsa dei giganti, e si è ridotta a vivere asserragliata dietro enormi mura. Per un secolo sembra che la salvezza sia ormai cosa certa, ma un giorno nuovi e più mostruosi giganti arrivano a sfondare la barriera, minacciando di divorare tutti i sopravvissuti. Il protagonista è Eren Jaeger, un ragazzo che perde la famiglia nell'attacco dei giganti e decide per questo di diventare un soldato e perpetuare così la sua vendetta. Ma chi sono i giganti? Da dove sono venuti? E, soprattutto, è possibile individuare un disegno preciso dietro le loro azioni?

 

Il primo motivo d'interesse, in fondo, è proprio questo: l'abilità con cui il creatore Isayama è riuscito a trarre, da uno spunto così esile, una trama avvincente e carica di misteri, che permettono allo spettatore di tenere sempre viva la voglia di proseguire nello svolgimento della storia, ma senza eccedere in quella tendenza un po' stucchevole ai continui e un po' meccanici ribaltamenti di prospettive, che affligge alcune opere contemporanee. Merito di una capacità di stare sia sul versante macro-Eren e gli eroici compagni in azionestorico (con la lotta fra i giganti e l'umanità) che su quello più personale e intimo, con i personaggi che devono affrontare le proprie paure e trovare la motivazione per vincere una sfida apparentemente impossibile quale è quella lanciata dai mostruosi giganti. Ritratti come creature inarrestabili e sgraziate, questi colossi suscitano un immediato terrore attraverso azioni brutali e irrazionali: completamente nudi, asessuati e spesso dotati di spettrali sorrisi, sembrano usciti visivamente da un dipinto di Hieronymus Bosch e rappresentano perciò un paradigma di minaccia tanto assoluta quanto imprevedibile, che riecheggia la natura ostile dell'ambiente giapponese, da sempre soggetto alla furia degli elementi, oltre che di una società dove il più forte schiaccia inevitabilmente il più debole.

 

Isayama cerca il realismo e iscrive la storia in una realtà non meglio precisata, ma che si rifà iconograficamente all'Europa centrale del Basso Medioevo (in particolare alla Germania) creando una felice risonanza con i racconti popolari anglosassoni (pensiamo a “Jack e il fagiolo magico” e alle varie opere cinematografiche da esso derivate). Pienamente nipponico è invece il gusto macabro per un racconto a tinte forti dove i giganti sbranano gli umani, come fossero orchi o Oni, e i personaggi soccombono senza sosta di fronte all'avanzata dei nemici, tanto da doversi porre il problema di preservare la salvezza del gruppo anche attraverso il sacrificio inevitabile dei singoli: quella dell'umanità, insomma, è una vana resistenza, praticata dai soldati con speciali imbracature (le attrezzature per il movimento tridimensionale) che, attraverso un complesso sistema di cavi, rampini, bombole ad aria compressa e pulegge, permette a ciascuno di loro di sollevarsi in aria per colpire i mostri nel loro unico punto debole, situato dietro la nuca.

 

Araki sfrutta questo materiale per dare sfogo a un estro visivo che si ritrova nelle funamboliche scene aeree dei combattimenti, ma allo stesso tempo espande la parte prettamente “umana”, indugiando sulle motivazioni dei singoli, e creando in tal modo il collegamento con i protagonisti di Highschool of the Dead e Death Note, che pure, di fronte a sfide più grandi di loro, cercavano a ogni costo di trovare la propria via per passare da una posizione di subalternità a una di predominanza rispetto alla contingenza offerta dalla sfida. Nel farlo devono quindi guardarsi da una minaccia che è molteplice: è esogena perché materializzata dalla furia dei giganti, ma è anche endogena perché li spinge a fare i conti con i limiti della propria condizione umana, in senso fisico e mentale. Inoltre non va sottovalutato anche il contesto (sempre ben presente nelle storie del regista), con le autorità che spesso agiscono in modo insensato o meramente propagandistico, o con compagni di lotta che si rivelano imprevedibili e a volte finiscono per remare contro. Se, però, sul versante narrativo si 

L'attacco dei giganti il manga

cerca di rendere più lineare la progressione degli eventi rispetto alla fonte cartacea (afflitta da un'eccessiva presenza di flashback), per contro si esagera nella ricerca di un approfondimento psicologico, con porzioni di racconto esageratamente verbose che sembrano a tratti cercare unicamente di dilatare la storia fino a raggiungere il traguardo delle 26 puntate (in alcuni elenchi indicate come 25 perché non viene contata quella riassuntiva di metà stagione). L'effetto è quello di un racconto che a tratti diventa monocorde, tanto che i rari momenti ironici non si amalgamano bene con il resto, e l'azione risulta frenata dalle pretese dello script, mentre è solo nella parte puramente epica che la narrazione letteralmente esplode, infiammando l'inquadratura.

 

Ampio merito va quindi condiviso con Kyoji Asano, designer dei personaggi, che utilizza un desueto ma funzionalissimo tratto “pesante”, con contorni dei personaggi molto marcati, e volti e corpi eleganti e realistici, opposti allo stile più rozzo del manga: il risultato è un'immagine sempre fascinosa e potente, esaltata sia dalla regia molto controllata nella descrizione delle azioni, che da un'animazione (curata da Wit Studio e Production I.G.) attenta a non far scadere la qualità – anche se per far ciò si avvale periodicamente della carrellata su inquadrature fisse, un “trucco” che permette di guadagnare qualche secondo in ogni puntata.

 

Senza scendere nel dettaglio di una storia che conviene gustarsi nelle sue articolazioni, merita una menzione almeno il finale di stagione, che vede una colossale battaglia tra giganti: un momento dove si attua una precisa confluenza fra il registro epico e quello drammatico, ma anche fra le possibili influenze della storia. In un simile scontro è infatti possibile vedere in filigrana le strategie narrative del kaiju-eiga (i classici film alla Godzilla), mentre la furia virulenta degli attacchi richiama tanto il Mao Dante di Go Nagai quanto le modalità berserk dei robot impazziti di Evangelion. Così, mentre il quadro è continuamente scosso dai colpi assestati dalle ciclopiche creature, portando la componente epica a livelli altissimi, Araki non dimentica di aprire le forme del racconto a possibili influenze esterne, concedendo in tal modo una sorprendente porosità a una storia apparentemente concentrata solo sui propri moduli narrativi.

 

Al momento ancora inedita in Italia, Shingeki no Kyojin è una serie di cui sentiremo ancora parlare, sia per i possibili seguiti e spin-off, sia per il progetto di un film Live Action ancora in fase di sviluppo: nel frattempo, l'enorme successo della serie animata ha già proiettato la stessa nella cultura popolare, come dimostra lo spot dell'azienda automobilistica Subaru, in cui compaiono i giganti della storia.

 

TRAILER DELLA SERIE

 

SPOT DELLA SUBARU