MANGA/ANIME – Candy Candy

Il traguardo dei 40 anni ha riportato Candy Candy alla ribalta dell’informazione italiana, segno di un duraturo legame con il pubblico, che ha consegnato la storia dell’orfanella giapponese alla fama delle più amate di sempre. La ricorrenza riguarda il romanzo originale di Keiko Nagita, da lei trasformato poi in un manga di successo, con lo pseudonimo Kyoko Mizuki e i disegni di Yumiko Igarashi. A fissare nell’immaginario mondiale l’immagine della ragazza “tutte lentiggini” è stata comunque la serie animata di 115 puntate, diretta da Hiroshi Shidara per Toei Animation, e trasmessa a partire dal 1976 (in Italia dal 1980).

La storia racconta la vita di Candice “Candy” White, nei primi anni del Ventesimo Secolo: abbandonata in fasce presso l’orfanotrofio Casa di Pony, la bimba viene cresciuta con amore dalle tutrici Miss Pony e Suor Maria. L’istituto, ritratto come un luogo dove Candy può dare liberamente sfogo alla sua vitalità, resterà un’oasi felice e un costante punto di riferimento per l’intera esistenza della ragazza, in grado di incarnare i valori dell’altruismo e della carità disinteressata. Al contrario, sarà il mondo “di fuori” a mostrarle il classismo feroce e la meschinità che affliggono la società. In tal senso, l’adozione di Candy da parte delle aristocratiche famiglie dei Legan e degli Ardlay (in italiano Andrew), segnerà l’inizio di un percorso irto di difficoltà, nel quale la Nagita adotterà le classiche strategie narrative da romanzo dickensiano (si pensi a Oliver Twist o David Copperfield), con un accanimento continuo verso la protagonista orfana, figlio di una visione che identifica la ricchezza quale simbolo di corruzione dell’umanità. A questa meschinità, Candy opporrà sempre i valori più puri della propria formazione, trovando anche l’amore del giovane e facoltoso rampollo degli Ardlay, Anthony. La morte del ragazzo per una caduta da cavallo, oltre a rappresentare uno dei più clamorosi “lutti” in un prodotto animato, segnerà un importante punto di svolta narrativo: come se fosse consapevole di aver ormai raggiunto un punto di non ritorno nella catena di disgrazie lasciate piovere sul capo della povera ragazza, l’autrice da quel punto in poi si concentrerà maggiormente sul desiderio di rivalsa di una protagonista intenta a trovare il proprio posto nel mondo – fatto che la porterà a intraprendere la carriera di infermiera.

candycandy2Da questo versante, Candy Candy rivela l’importanza tematica dell’identità come cartina di tornasole per comprendere le trasformazioni in atto nella società giapponese dell’epoca e nei prodotti di intrattenimento per il pubblico giovane: è infatti evidente come la critica al classismo e la forza d’animo che spingono Candy a superare le dure prove della vita costituiscano una riflessione sentita sulle dinamiche tipiche di un Giappone che fa ancora i conti con la ricostruzione del dopoguerra e con il senso di appartenenza a una cultura “chiusa” verso il prossimo: non a caso, ben presto diventerà dominante (seppur sempre relegato in secondo piano) il tema del confronto con la Guerra, in grado di rievocare implicitamente le ferite più profonde del Giappone moderno. A questi rapporti critici con la Storia, la Nagita oppone la necessità di una forza d’animo che accomuna Candy alle icone dei generi sportivi del decennio passato (si pensi a Mimì e la nazionale di pallavolo o L’uomo Tigre) o agli orfani del genere robotico (da Mazinga Z in poi), simboli di una volontà di trovare il proprio posto nel mondo e di far trionfare una visione della vita in barba ai compromessi di una società ostile e attenta a giudicare principalmente in base alla provenienza. Rispetto a quei precedenti, però, si fa strada una nuova concezione di protagonista solare e ottimistica, ironica perfino, forse anche ingenua ma sempre determinata in positivo, che apre un ponte verso una nuova generazione di eroi, destinata a diventare predominante nel decennio successivo. Un’icona che trascende le epoche, dunque, e che sa letteralmente farsi carico del destino di un mondo che ha bisogno di essere rifondato attraverso nuovi valori. Lezione decisamente riuscita se è vero che la trasmissione della serie ha spinto molte ragazze giapponesi a intraprendere la carriera di infermiera.

candycandy2La ricchezza tematica è amplificata dalla capacità di utilizzare questi sottotesti senza disperdere il piacere narrativo per i meccanismi tipici della soap-opera: gli snodi narrativi sono infatti determinati principalmente da dinamiche di tipo amicale o amoroso, con le incrollabili amicizie di Candy per i coetanei Archie, Stair, Patty, Annie e il misterioso Albert, la rivalità con gli insopportabili Eliza (Iriza) e Neal, e l’amore tormentato per Terence Grandchester, classico personaggio bello e dannato che caratterizzerà tutta la seconda parte della storia. La risoluzione della storia d’amore proseguirà oltre la fine della serie animata, fino a un romanzo-sequel realizzato nel 2010 dall’autrice in forma epistolare
e pubblicato di recente anche in Italia con il titolo “Candy Candy – Lettere” da Kappalab.

L’aspetto che in questa sede ci interessa maggiormente è comunque quello estetico, che fa della serie uno dei capolavori espressivi del decennio: la pienezza dei colori e delle figure, tipiche della tradizione Toei, insieme alla consueta bellezza dei fondali pittorici di Mataji Urata sarebbe già da sola sufficiente a rendere il prodotto accattivante. Ma Shidara osa di più: lo stile registico è improntato alla classicità, come si conviene a una storia realistica che guarda alla letteratura anglosassone ottocentesca. Le riprese tendono dunque a non strafare e a non lasciarsi andare in virtuosismi eccessivi; ciononostante, l’uso espressivo del colore tenta in più passaggi di forzare il realismo della messinscena, per dare forma ai sentimenti interiori di Candy, permettendo alla storia di oscillare candycandy3costantemente fra la crudezza del tratto più “sporco” e un’atmosfera più poetica. Il quadro è così attraversato da motivi luminosi, composizioni floreali tipiche delle dinamiche espressive degli shojo manga, e viraggi improvvisi su motivi più scuri, in grado di esaltare le scene drammatiche. La sensazione è quella di un viaggio psichedelico in un perenne sogno a occhi aperti, dove la realtà è filtrata dal complesso turbinare delle emozioni che assalgono la protagonista e che permettono così alla storia di sfoggiare una qualità visionaria, con inserti ora fiabeschi, ora quasi horror. In effetti, più che realistico, il racconto è verosimile, basti pensare all’empatia che lega Candy al suo simpatico procione Clean, a tratti lasciato assurgere ad autentico co-protagonista.

L’equilibrio di tutti questi elementi narrativi e espressivi determina perciò la forza emotiva che ha emozionato e commosso intere generazioni, offrendo un prodotto di qualità. Allo stato attuale, comunque, Candy Candy è l’ultima delle grandi serie che hanno caratterizzato il primo Anime Boom italiano a non essere disponibile per il mercato dell’home cinema: colpa di una interminabile sequela di azioni legali che, dalla fine degli anni Novanta, vedono opposte Keiko Nagita e Yumiko Igarashi sui diritti del personaggio. Per una tragica ironia del destino, insomma, una storia dal così mirabile intento formativo e attenta a veicolare i valori dell’altruismo, si è ritrovata prigioniera degli egoismi delle sue autrici, condannando Candy a un lungo oblio dagli schermi di tutto il mondo. La speranza è che prima o poi l’embargo sia rotto e che la prossima ricorrenza possa essere celebrata con l’eroina di nuovo a contatto con il suo pubblico.