Maria by Callas, di Tom Volf

Non c’è mai stato alcuno scollamento tra Maria e Callas. Tom Volf parte da una porzione d’intervista della Divina, in cui lei stessa mette a tacere i dittatori della perfezione, quelli che vorrebbero il personaggio pubblico, e soprattutto l’artista, come un automa, un essere capace di scollegare gli interni in virtù dell’incombenza. Questo face to face, quasi l’unico in b/n, costituisce il fil rouge dell’opera, quasi un flusso di coscienza, nonostante le domande, in cui più degli scoop, chiaramente solo per l’epoca del broadcasting, sono le ripetizioni a destare interesse. Chiaro, elencare ogni celebrity che ha sottolineato in questa o quell’intervista di aver rinunciato ad una famiglia “normale” per la fama, la carriera, ci costerebbe un anno di vita. Ma Callas torna sull’argomento con un rammarico sincero. Periodo culturale a parte, per cui la si sentirà dire che la donna dà il meglio fra le mura domestiche, soffrì di quel voto così severo all’abnegazione. Già pianista a otto anni, furono i genitori ad indirizzarla al bel canto, benché Volf presti attenzione a non dipingerla come vittima della potestas. Sapevamo quanto fosse dotata, sapevamo che addirittura fu coniato un termine per definirla (soprano drammatico d’agilità).

Il regista, conscio del clamore mediatico, soprattutto dopo il dilagare del format video, la riporta, intelligentemente, sul palco che le spetta. Parliamo di intelligenza anche perché altri, quelli dalle velleità furbesche, non avrebbero saputo trasferire il rispetto, quasi la devozione, e chiudendo l’amore che Volf dimostra per la leggenda. Una leggenda che nasce dall’approvazione pubblica, come evidenzia Callas, e come evidenzierebbe chiunque la cui famiglia, purtroppo, fra le maree degli amati, si “riduce” alla folla.

Un film di repertorio, un archive-movie ad azzardare una definizione. Non ci sono tracce di contemporanei, magari belli borghesi, nell’accezione negativa, che descrivono il sabato sera tipo (Callas che interpreta la Lucia di Donizzetti arricchendo lo sfarzo del salotto). Forse l’elemento più tardo è l’intervista alla Sig.ra Hidalgo, la sua prima insegnate. Un insieme pregno di filmini privati, tutti in Super 8, riprese fuori dai teatri, in particolare negl’anni ’50 e ’60, chiacchierate con giornalisti, tuttavia ridotte al minimo, e intere esibizioni sui maggiori palcoscenici del mondo, climax sapientemente calibrati. Dire che Volf non avrebbe potuto elargirle dono più grande non è un’idiozia. Se Callas avesse visto un altro pseudo doc sulla separazione da Meneghini, la storia con l’armatore Onassis, la rivalità con altri soprani e, va da sé, quella con Jackie, avrebbe accarezzato il lenzuolo da fantasma. Questi aspetti esistono, beninteso, ma il regista non ci indugia, lo farà solo alla fine perché il rapporto con Onassis sarà castrante, una ferita nel cuore della sua essenza: la musica. Da qui, i contorni prendono vita, si mescolano e confluiscono nelle performance teatrali che, sul grande schermo, nella loro magnificenza, lasciano perfino spauriti. Il temperamento della Divina, e non il merito per aver soccorso il repertorio ottocentesco, è un vero e proprio contagio. Non parliamo di emozioni, perlomeno non solo, ma di una discesa nei suoi stati, un movimento della testa, un cambio di sguardo, una mano avvicinata al petto, gesti impossibili da studiare, naturali, sentiti, ma tutti a nostro modo sentiamo, spesso senza raggiungere orecchie.

 

Titolo originale: Maria by Callas: in Her Own Words

Regia: Tom Volf

Distribuzione: Lucky Red. In associazione con 3 Marys Entertainment

Durata: 113′

Origine: Francia 2017