Mary e il fiore della strega, di Hiromasa Yonebayashi

È strano che sia proprio un film d’animazione a predicare la rinuncia alla magia. Del resto le avventure della piccola Mary, strega “inconsapevole” per pochi giorni, sembrano andare in direzione del tutto opposta, tra impennate a cavallo di una scopa, incantesimi, voli fantastici in dimensioni da sogno. Quello messo in piedi da Yonebayashi è un impianto narrativo e visivo che conferma come l’immagine animata sia ancora il luogo della libertà più accanita e radicale. Ma è pur sempre un impianto, con i suoi limiti di coerenza “strutturale”. C’è, forse, un punto in cui la costruzione fantastica diventa una condanna, materializza nella dimensione dell’immaginazione quelle stesse griglie da cui vuole evadere, intrappola i personaggi e lo sguardo tra i codici di un apparato visivo, tra le linee del disegno, nella prigione di una trama che detta da sé le proprie leggi e i propri sistemi di razionalità e verosimiglianza. Una strega che vola su una scopa, in fondo, è normale, risponde a un canone. Non potrebbe volare su un’aspirapolvere, se non a patto di infrangere una tradizione e rompere gli schemi collaudati. Potrebbe volare su un secchio, ma anche lì, dietro l’angolo, ci sarebbe Kafka… Yonebayashi lo sa bene. E perciò tenta in tutti i modi di rivendicare la sua filiazione, la discendenza diretta da una vecchia e gloriosa casata.

Del resto, è perfettamente naturale che questo primo lungometraggio targato Studio Ponoc, la nuova factory dell’animazione giapponese nata nel 2015 dalla crisi dello Studio Ghibli, rechi tutti i segni del cinema di Miyazaki & Co. A cominciare dal disegno, dai colori, dalla cura dei particolari, da quelle tracce di stile che lo stesso Yonebayashi ha contribuito a rendere meravigliosamente fluide e aeree con le sue animazioni, sin dai tempi della Principessa Mononoke. Eppure la tradizione a cui guarda Mary e il fiore della strega risale ancor più in là nel tempo e nello spazio, rimanda a tutta una serie di riferimenti occidentali filtrati attraverso la scrittura di Mary Stewart e il suo racconto La piccola scopa. Tornano in causa il mago di Oz, il gatto con gli stivali, persino forse il Topolino apprendista stregone di Fantasia. Ma tutto passa, in ogni caso, attraverso gli esempi di Takahata e Miyakazi, per quella loro tensione universalistica che ha sempre parlato anche all’altra parte della Terra, con le Heidi, i Lupin nei castelli di Cagliostro, i voli da pioniere di Caproni… Non a caso Miyazaki non ha mai fatto mistero del suo amore per i racconti dell’infanzia occidentali, ribadito proprio dalla sceneggiatura per l’esordio di Yonebayashi, Arrietty tratta da Mary Norton. Senza contare, poi, il riferimento più immediato, quello alla streghetta Kiki, che, a cavallo della sua scopa, affrontava il primo terribile anno di noviziato. Insomma, l’universo in cui si muove Yonebayashi è ancora quello creato dai maestri, omaggiato certo, ma ancor prima recuperato per filo e per segno. C’è il tentativo di uno scarto, di un rovesciamento estremo, ed è il momento in cui Mary afferma che gli uomini non hanno bisogno di magia. E perciò rinuncia ai poteri e torna a casa, nella realtà, unica salvezza possibile, per quanto difficile e precaria. Ma anche qui c’è il realismo lucido e struggente di Miyazaki e Takahata, che non è questione di stile o di codici formali, ma il richiamo necessario al confronto con la vita e con il mondo, con il meraviglioso quotidiano che ancora riposa tra il dolore della perdita e la noia del conforme, oltre gli orrori e l’innocenza svanita. La casa non c’è più, ma non esiste peccato. È solo che il faut tenter de vivre. Ecco, Yonebayashi si smarrisce ancora nella tentazione delle evoluzioni fantastiche, nei congegni del plot. E non ha lo spirito poetico per trasformare la sua fiaba nell’universale di una parabola dolente e miracolosa. C’è un che di pesante e ingarbugliato nella sua storia. Ma ha il coraggio di svelare il miraggio dell’illusione. E di riconoscere che il tempo del sogno è finito. Il suo ritorno a casa finale è, quindi, solo l’inizio di una nuova avventura. Un giorno, forse, anche il suo cinema potrà tentare di vivere.

 

Titolo originale: Meari to Majo no Hana

Regia: Hiromasa Yonebayashi

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 103’

Origine: Giappone, 2017

 

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *