Michael Bublé – Tour Stop 148, di Brett Sullivan

Michael Bublè è un bel giovane 40enne canadese, padre di due bambini, tanto forte da affrontare sia un tour mondiale di 180 date che un pubblico femminile scatenato ed entusiasta. L’operazione Michael Bublè Tour Stop 148 si basa essenzialmente sul suo fascino e sulla suadente voce da giovane crooner (l’inizio con Fever è lì per catturare e lo fa pienamente). Ma da uno strumento sghembo come la forma “documentario” si trae anche altro, e fin dall’inizio appaiono interessanti e inconsapevoli contraddizioni.
Nell’unica intervista iniziale (come fosse un antefatto) Bublè parla della sua paura di fare l’ennesimo dvd. E in effetti siamo di fronte all’ennesimo dvd. Quanto meno però questo è un bellissimo dvd, costruito con un ritmo perfetto, e con un occhio documentaristico attento. Tale occhio però, scovando le molte storie nascoste dietro la portentosa macchina, fa emergere forse i dubbi di tutta la messa in scena: chi è Bublè?

É un bluff? Ha talento? Lo sforzo di chi ci lavora vale abbastanza? Forse la star Bublé bublepotrebbe essere riassunta così: giovane di belle speranze baciato dalla fortuna, abile a resuscitare il crooning, consapevole di non avere il talento di Sinatra, che alla fine però vince contando sulla propria dedizione e su una macchina milionaria a sorreggerlo. Il documentario mostra l’ambiguo rapporto tra un Bublè bravo a giocare con la telecamera, stando sempre sulla linea tra vero e falso, e la sincerità dei suoi molti operai, da cui viene fuori la dimensione nascosta e contradditoria dello show, che in qualche modo e involontariamente lo sconfessa. Non è tutto oro ciò che luccica. Bublè è onesto ad ammettere che tutto egli deve al pubblico, e noi così capiamo come la sua gigioneria copra l’assenza di magnetismo di Sinatra. Ma dubbi rimangono su quella che sembra una splendida costruzione artefatta. Solo che si chiama “showbusiness”, non siamo più negli anni 40, e nel 2016 si vuole soprattutto intrattenere, facendolo nel modo più professionale e industrializzato possibile.

Bublè stesso dice che è il pubblico la ragione per cui egli deve impegnarsi al massimo, un pubblico che “ha lavorato tutto il giorno per venire poi allo show”. Un pubblico che ha diritto di sognare i tempi andati grazie agli evergreen e alle musiche di una moderna big band. Non c’è salto, non c’è vera innovazione. Siamo dalle parti della “bolla” (in inglese bubble…), e “bolla” viene definito il tour stesso, totalizzante, privo di tempo per guardare cosa c’è fuori.
E qui riemerge la forma documentario, perché, se il vero dramma dei reduci è la mancanza della (adrenalina sviluppata in) guerra, si capisce benissimo il dramma di chi lavora dentro bolle di questo tipo, in cui si dorme 4 ore a notte per mesi e non si stacca praticamente mai. Quindi, al di là dei soliti complimenti di convenienza, è bello vedere l’attenzione data alle storie personali di chi corre dietro l’ultimo cavo, l’ultimo imprevisto tecnico. Emergono così quei fuoricampo o quei piani d’ascolto che oltrepassano l’assertitivà commerciale del prodotto per porsi nelle zone d’ombra. Non solo le classiche dicotomie “palco / camerino”, “star / aiutanti”, ma soprattutto “presente / passato”, “soldi / talento”.
La contraddizione tra chi sofre per un divorzio dopo 14 anni, causa assenza da casa, e chi come Bublè prova a cavalcare l’onda fin che può e in ogni modo. L’importante è il business. Alla base del tutto sta infatti l’incredibile somma di denaro che muove lo show (viene espressamente detta la cifra di 240K solo per l’alloggio di tutta la crew).
E si potrebbe qui deviare verso la differenza tra ieri e oggi; sono passati molti anni da Sinatra e sicuramente una volta i soldi erano molti meno. Quindi per oltrepassare la magia del passato serve entrare diretti nell’immaginario delle persone che, come bambini, devono essere felici e restare a bocca aperta (il bambino inquadrato durante la “colossale” versione di “All you need is love” sta a simboleggiare il tutto). Rimane forte il dubbio sul senso di un’operazione del genere.