Milano 20 – "Piombo fuso", di Stefano Savona – Fuoriconcorso

…a cosa è servito piangere finora..

Sono pronto a sacrificare i miei figli. Loro non sono migliori degli altri che sono morti.

 

dai dialoghi del film

 

piombo fusoNon sembra essercene mai abbastanza. Non sembrano bastare mai i film, i reportage, i documentari che provengono dalle tormentate terre della Palestina. Stefano Savona dirige questo nuovo lavoro, già passato sugli schermi di Locarno, con passione civile e partecipazione personalissima. Piombo fuso è il racconto diaristico, ma soprattutto tragico, dei giorni dell’ultimo attacco dell’esercito israeliano alla Striscia di Gaza del gennaio 2009.

Stefano Savona adotta una scelta che non lascia scampo quando, entrando direttamente e personalmente nel cuore dolente dello scontro, dei bombardamenti che i civili hanno subito anche in questo nuovo attacco, spalanca e ci fa spalancare lo sguardo su quelle rovine e sull’abbandono in cui vivono gli abitanti. Un abbandono che non è soltanto materiale, ma che è soprattutto umiliazione senza alcuna speranza nel futuro e che denuncia il fallimento assoluto di qualsiasi speranza nella forza persuasiva della comunità internazionale.

Piombo fuso è il nome dell’operazione militare dell’esercito israeliano che ha sigillato i confini della Striscia di Gaza. Una crepa però si apre nel rigido controllo imposto dai militari israeliani e Stefano Savona, con la sua telecamera, varca il confine della Striscia e testimonia con le sue immagini ciò che accade.

Abbiamo visto, in questi anni, molte, troppe immagini che non avremmo voluto vedere che hanno allargato, nostro malgrado il confine di una possibile visione della guerra, l’occhio si è spinto la dove non avremmo voluto, al di là del rifiuto imposto dalla sopportazione. Piombo fuso ci chiede a gran voce di essere ancora testimoni e lo fa con rigorosa sapienza e consapevolezza di un’etica assolutamente ineccepibile. Savona si pone con la sua telecamera al centro dei fatti, nell’occhio di quel ciclone che travolge la popolazione smarrita e senza più speranza che vaga come dentro un girone infernale, riuscendo, con magica alchimia, a restituire, nonostante tutto ciò, una pura oggettività che non consente repliche. Tanto più la sua macchina da presa si avvicina allo scenario che deve catturare, tanto più l’immagine trascina con forza lo spettatore chiedendogli l’assunzione di una propria responsabilità, una chiamata che non lascia e non può lasciare indifferenti.

Sembra che più si avvicini ai fatti, alle parole disperate, ai volti in un’operazione di classica presa di posizione, politica e autoriale, le sue immagini diventino assolutamente oggettive, non replicabili, inconfutabili. Tanto più la sua macchina da presa si avvicina, tanto più la distanza dello sguardo si allarga con il paradossale effetto di una pura imparzialità dell’immagine che diventa incontestabile visione del reale. 

L’uso assai parco della parola, affidata solo ai dolenti protagonisti, completa quest’operazione cinematografica carica di un’emozione non comune che è rafforzata dalle immagini dei politici israeliani che per giustificare l’operazione militare si rivolgono a quella stessa popolazione inerme che subisce il disastro. Secondo le loro parole l’operazione si giustifica con la necessità di smantellare la resistenza terroristica. Ma le giustificazioni non possono reggere davanti alla evidente forza utilizzata, davanti alla devastazione dei luoghi e delle persone dentro una storia che continua e che ferisce e che, ora, mentre scriviamo, continua.