Mondo Za, di Gianfranco Pannone

La Bassa reggiana, quattro personaggi in cerca d’autore e Cesare Zavattini. Da Luzzara per pedinare il reale, alla ricerca di affinità elettive, attraverso il pittore naif, il fotografo comunista Giovanni, un ragazzo di colore che rappa versi e pensieri di uno dei padri del Neorealismo. Poetico ed evocativo, smuove, con ondulante passione citazionista e sussultorio girovagare tra immagini di repertorio e testimonianze visive, il richiamo mistico verso quella presenza silenziosa, ma carica anche di rancore e rimorsi. Qui c’è la capacità di registrare la fenomenologia di questo rapporto imprescindibile tra il “mondo circostante” e l’immaginazione. È essenziale il gusto di abitare le cose, di immergersi nelle forme del quotidiano che originano una immaginazione di tipo memorativo. Gianfranco Pannone si accosta a questo mondo frastagliato, stratificato, con un appassionato bisogno di percepire e afferrare, comunque sia, la bellezza della realtà che gli viene incontro aprendosi all’interpretazione. La percezione del mondo circostante diventa sostanza poietica. Cinema civile con un occhio antropologico rivolto soprattutto alla storia grande e piccola del Nostro Paese. Sarebbe troppo liberarsi da una visione del mondo e perdersi nella sua rifrazione, nel suo dettaglio, ad armi pari. Perdersi ancora nell’assenza e non nell’essenza del mondo, in ogni suo dettaglio, come un’illusione che non si oppone alla realtà e ne costituisce un’altra più sottile, che avvolge la prima del segno della sua scomparsa.

 

cesare-zavattini-1Gianfranco Pannone non ci lascia liberi, denuncia e si ripete, non sentenzia ma documenta. Poi c’è il 25 Aprile, e la storia della Resistenza si fa frantuma in tante piccole grandi resistenze quotidiane, come stelle a più punte luminose, in fondo alle campagne, alle piane profonde e sconosciute della bassa. Note di regia: “La Bassa reggiana come luogo dell’anima. Una terra piatta, dove l’orizzonte si perde. La sua gente reagisce a questa mancanza con passione e calore, unendo alla ragione una creativa, generosa “follia”. Il Po è una lunga linea che traccia un confine ed è al fiume che si rivolgono i “paesan” per placare le proprie ansie. Così faceva anche Cesare Zavattini, che era di queste parti e che a Luzzara, il paese dove è nato, tornava spesso, magari per passare le mattine al bar, a parlare con la gente del posto nel bel dialetto musicale di questa terra. La poetica dell’incanto di fronte alla realtà l’ha ereditata proprio dalla sua Bassa, terra di artisti e di matti, ma anche di accesa vis politica”. Per quella miseria solitaria, consumata rintanandosi tra gli alberi, le nebbie e le calure della Bassa Padana, Gianfranco Pannone ha densità, trabocca anche di nostalgia, di una violenza ancestrale, di paura e di eccitazione. Come il naif padano per eccezione Ligabue, ha dato vita alla sua opera traendola dalla terra del Po, inerte ed informe, ma facilmente modellabile, disponibile a prender vita pur nella non fragile compattezza. Quella terra sembra fatta di materia indifferente e deve solo essere docile alle sue richieste, non si impone per alcuna delle sue qualità: “Cos’è la pianura padana dalle sei in avanti, una nebbia che sembra di essere dentro a un bicchiere di acqua e anice eh già…”.


Regia: Gianfranco Pannone

Distribuzione: Movimento Film
Durata: 80′
Origine: Italia 2017