Montedoro, di Antonello Faretta

È difficile descrivere un film come Montedoro, forse perché non si tratta di un lungometraggio tout court, quanto di un’esperienza potente e suggestiva. La percezione diventa allora l’unico strumento possibile che ci guida in questo viaggio, di cui è inutile definire le coordinate; ci si abbandona a un movimento sussultorio che lentamente ci sospinge verso l’alto, verso quel paese lucano arroccato sul monte che sembra non dare segnali di vita. Il tempo è come immobile, inerte nel suo essere voce. Eppure in quel silenzio ormai abbandonato ai suoni della natura si può ancora udire il grido di un passato che supplica di essere ricordato.

La storia personale della protagonista, una signora americana alla ricerca di sua madre, si perde nella Storia collettiva che a stento conserva le tracce della propria memoria nei pochi abitanti rimasti e nella ruvida pietra che sorregge gli edifici fantasma. Ma un semplice scatto, quale una foto, non basta a riconsegnare un’immagine autentica del presente perché risulterebbe incompleta e priva di un’organica consistenza. Antonello Faretta, che nei suoi lavori precedenti mescola forme e linguaggi artistici, ne è consapevole e costruisce un’opera stratificata dove a ogni livello corrisponde una fuga espressiva la quale penetra nello strato superiore creando una superficie narrativa a-lineare, indefinita: ricordi autobiografici, visioni ancestrali e un certo intento antropologico si fondono insieme fino a confondersi; si fatica a distinguere la finzione dalla realtà, sé stessi dall’io che vediamo riflesso in uno specchio.

In tal senso la città di Craco – si chiama Montedoro solo nella finzione o era l’antico nome che gli davano le persone? – assume una funzione catartica. Altro personaggio principale della vicenda, è il centro sismico che scuote i sensi, in grado di risvegliare le coscienze assopite attraverso la sua aura mi(s)tica, pregna di religione e tradizioni. Il cammino della donna si carica di un valore iniziatico, un ritorno alle origini che trova nella riscoperta del suo nome di battesimo, Porziella, la radice primaria del suo essere e che le permette di riappropriarsi della sua terra e di ciò che le era stato tolto. Montedoro è dunque un’elegia dei luoghi, e soprattutto dell’anima, un poema di imperitura bellezza che merita di essere preservato e vissuto. Non solo al cinema.

 

Regia: Antonello Faretta
Interpreti:  Pia Marie Mann, Joe Capalbo, Caterina Pontrandolfo, Luciana Paolicelli, Domenico Brancale, Anna Di Dio, Mario Duca, Aurelio Donato Giordano
Distribuzione: Noeltan srl
Durata: 87′
Origine: Italia, USA 2015