My Happy Family, di Nana & Simon

Qualche volta la cinematografia europea di impronta “autoriale” torna opportunamente alla ribalta, regalandoci sorte di film-flusso che trasferiscono all’esterno stati emotivi e condizioni che nessuna parola o dialogo sarebbero in grado di eguagliare. Perché il segreto è sempre nel concatenamento delle immagini, ancor più negli scarti tra di loro; nelle ellissi che sottraggono allo schermo quel senso determinato che cerchiamo disperatamente; e poi negli sguardi, silenzi, gesti del corpo equivoci che lasciano emergere ciò che il personaggio non dice, o non può dire.
La coppia Nana Ekvtimishvili e Simon Groß, già felicemente collaudata da anni, impostasi con ottimi risultati nel panorama festivaliero internazionale – il loro celebrato In Bloom venne anche candidato agli Oscars 2014 per il cinema georgiano –, ha portato a compimento un altro lavoro di estremo interesse, My Happy Family (2017), nel quale si ritrovano giustappunto quei flussi ininterrotti di cinema dai quali lo spettatore non ha scampo, attratto in modo quasi fatale da una fotografia densa – la firma del rumeno Tudor Panduru non mente –, da lunghi ed eleganti piani-sequenza, e da un percorso narrativo coerente e di grande intensità.
Il film giace soavemente sullo schermo; senza mai sfoderare violenti stacchi di montaggio o movimenti nervosi, si insinua nella vita intima di una famiglia di Tbilisi come tante, quella di Manana (Ia Shugliashvili), il cui corpo massiccio è segnato da una sfioritura precoce, dovuta non soltanto al tempo, e di Soso (Merab Ninidze), marito decisamente inetto, ma che non usa violenza, non è alcolizzato, e per la società questo basta e avanza per essere definito “un brav’uomo” da tenersi stretto. Ma in realtà la coppia non esiste, se non in pochi momenti rubati al caos del quotidiano; nessuna intimità matrimoniale – non vedremo mai la loro camera da letto –, nessun confronto vero dopo la decisione di Manana di abbandonare il tetto coniugale, neppure la possibilità di una lite che non coinvolga direttamente il clan familiare al completo, riunitosi come un tribunale intorno alla donna accusata di disonorarli tutti di fronte ai conoscenti. Dunque, non si tratta – e non potrebbe essere altrimenti – di un contesto simbiotico da “melodramma”; è invece la tragedia di uno solo, Manana appunto, circondata da una miriade di persone ipocrite e cieche di fronte al suo dramma, presunti “cari” che in realtà non vedono quello che, al contrario, la macchina da presa svela senza vacillamenti.My-Happy-Family-2

Lo spettatore non può non avvertire sulla pelle la solitudine della donna, che diventa anche la sua; non può non essere soffocato dalla presenza ingombrante di ogni singolo membro della famiglia che si erge a giudice della vita degli altri; le canzoni tradizionali che scandiscono il ritmo di ciascuna festa non trascinano, ma hanno invece il sapore della malinconia più nera; e, a suggellare il tutto, numerosi riferimenti nefasti e di decadimento si succedono tra un episodio e l’altro vissuto da Manana. Il vento del rinnovamento soffia, non a caso, a partire da un incontro “giovane” e in un contesto (di cultura) lontano dal gretto universo familiare della donna: Manana ha un confronto con una giovane studentessa che sta affrontando con coraggio il divorzio dal marito, e a questo seguirà la sua decisione definitiva di trasferirsi, pagando ogni giorno il prezzo dell’imbarazzo provocato in famiglia.
Ma in questo risiede la forza della donna che, anche se giudicata, non si volta mai indietro: nella cura volta a rinnovare il nuovo angusto appartamento; nel piantare amorevolmente pomodori e aspettarne la crescita; nel preparare dolci per sé invece che accurati pranzi per gli altri. E poi riscoprire la passione abbandonata per la musica – Manana torna a cantare e a suonare la vecchia chitarra a sette corde – e sentire il rumore del vento in piena solitudine, ma finalmente in sintonia con i propri pensieri.
Questo è il racconto di una graduale e sofferta (ri)costruzione, che usa la donna come pretesto per mostrarci un po’ della Georgia odierna, come fu già per In Bloom. Ma il film non si sovraccarica mai troppo di messaggi emancipatori; piuttosto trascina con una sincerità spontanea e inusuale, e nel finale “non finisce” veramente, ma apre a un universo di possibilità per Manana (e Soso) e, allo stesso tempo, per l’identità stessa di questo cinema in crescita, che dimostra di nuovo di sapere dove guardare e scavare. «Chi sei?», chiede la donna al marito durante il loro unico confronto, quello finale. Nessuna risposta. Restano silenzi, sguardi, attese circa l’avvenire.

 

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